Preambolo a ‘Clima, capitalismo verde e catastrofismo’

Philippe Pelletier

2021-03-16

INDICE DEL LIBRO:

PREAMBOLO // CAPITOLO PRIMO Clima: il concetto e la misura // CAPITOLO SECONDO Il clima alla prova dei fatti // CAPITOLO TERZO Geopolitica del clima // CAPITOLO QUARTO Clima e metapolitica // Bibliografia

La questione del clima è diventata una questione politica e, per di più, una questione importante. Ecco un primo paradosso a questo riguardo: mai prima d’ora le classi dirigenti, i media e persino gli attivisti hanno parlato tanto del clima. A scuola, però, si tengono ancora poche ore di insegnamento in climatologia, una materia che, ci dicono, è invece essenziale per il futuro dell’umanità. Eppure tutti potrebbero, anzi dovrebbero, avere un minimo di conoscenze specialistiche per capire di cosa si tratta.

Evidenziamo anche un secondo paradosso: importanti convegni internazionali, titoli di testa dei giornali e dichiarazioni militanti declamano in continuazione che dobbiamo «salvare il clima», senza vedere il carattere assurdo e al tempo stesso pericoloso di una tale formula. Assurdo perché, se il clima riguarda un fenomeno fisico, come possiamo salvarlo? Possiamo ragionevolmente disquisire di come «salvare i vulcani»? Pericoloso perché, se l’essere umano può «salvare» un fenomeno fisico, ciò equivale a conferirgli un enorme potere, un potere che legittima tutti i progetti megalomani di geoingegneria. Ne consegue un terzo paradosso: la corrente ideologica e politica che pone con forza la questione climatica è proprio quella che critica il potere prometeico dell’essere umano e che oltretutto è diffidente nei confronti della tecnoscienza. Il «Salvatore» che scaturisce dal principio del «salvare» è solo uno degli aspetti di questa paradossale riabilitazione dello scientismo prometeico.

Tali paradossi, si potrebbe credere, generano contraddizioni. Ma si capisce meglio di cosa si tratta quando li ricollochiamo nella prospettiva di un «capitalismo verde» (il filo conduttore di questo libro è appunto un aggiornamento del capitalismo verde), che si è reso conto di non dover segare il ramo ecologico su cui si basano i suoi profitti e il suo potere. I capitalisti affermano di portare prosperità economica e uguaglianza seguendo le «leggi del mercato», ma le disuguaglianze sociali sono innegabili. Certo, la formula «salvare il clima» è uno slogan, una scorciatoia per infiammare gli animi e mobilitare le truppe; tuttavia, manipolare il linguaggio in questo modo apre la strada a ogni sorta di eccessi e riporta alla mente brutti ricordi di altre propagande. Non si combattono battaglie giuste con espressioni false.

Questo libro invita quindi ad aprire gli occhi su una gigantesca operazione ideologica e politica che strumentalizza la questione del clima. Questo libro fa appello al libero pensiero e al pensiero critico: sfida i preconcetti e prende di petto un discorso ormai dominante su argomenti che sembrano acquisiti o del tutto consensuali. Richiede anche un certo sforzo intellettuale perché si devono comprendere alcuni elementi scientifici e tecnici di base. Inoltre mette in discussione l’esatta natura dei principali attori in gioco – studiosi, organizzazioni come il Club di Roma o l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), ma anche governi, saggisti, attivisti… – i quali si rifugiano spesso sotto l’etichetta di «esperto», termine che, come ben sappiamo, non è del tutto neutro. Tale approccio risulta necessario perché in tutti i dibattiti sul clima spesso dimentichiamo chi sta parlando e su quali basi. Ripercorrere la traiettoria dei principali attori che definiscono la questione climatica rende possibile stanare i falsi esperti rispetto a quelli veri, i contesti da cui provengono taluni discorsi e le effettive funzioni che svolgono nel sistema attuale.

Scopriremo, con sorpresa, cose inaspettate. E questo non potrà non avere conseguenze… Cosa direbbe, o farebbe, l’attivista rivoluzionario se venisse a sapere che in realtà la causa per cui si batte è stata condizionata da un ex fascista convertito al neoliberismo pianificato, o da un noto politico statunitense impregnato di convinzioni neobattiste, o da un colto meteorologo affascinato dal nucleare, o infine da un alto funzionario della Banca Mondiale? Non farebbe un passo indietro rispetto a ciò che questi leader gli stanno dicendo? Non si porrebbe delle pur minime domande cercando di acquisire il sapere necessario, in questo caso in climatologia, per capire che cosa sta succedendo?

Ebbene, sulla questione del clima ci imbattiamo esattamente in personaggi di questo genere e in altri della stessa risma. E mentre proseguiamo le nostre ricerche in quest’area in particolare e in quella dell’ecologismo in generale, con stupore continuiamo a scoprire nuovi nomi di leader decisamente inquietanti che dettano il tono dalle alte sfere.

Ma è davvero una sorpresa? Il fatto che, ad esempio, un personaggio ben intenzionato e tuttavia responsabile di un’istituzione che ha dato prova delle sue capacità di dominio e della sua incapacità storica di risolvere la questione sociale, ovvero papa Francesco e la Chiesa cattolica, affermi – nell’enciclica Laudato si’ del 18 giugno 2015 – che esiste davvero il «riscaldamento globale» e che l’uomo ne è responsabile, dovrebbe metterci una pulce nell’orecchio.

Ma non è il caso di fare i settari: notiamo anzi che la Chiesa cattolica non è l’unica a lanciare un «appello per il clima», visto che in Francia fanno lo stesso alcuni esponenti religiosi protestanti, ebrei e musulmani1. Nondimeno, queste prese di posizione da parte di religiosi che, pur credendo in un essere supremo invisibile e miracoloso, si propongono per condurre una seria riflessione scientifica non appaiono di certo sufficienti.

L’esempio di queste alte cariche religiose schierate contro il «riscaldamento globale» non è abbastanza convincente? Prendiamone un altro allora: quello della Goldman Sachs. Tutti o quasi conoscono il nome di questa banca d’affari statunitense che si è distinta per aver truffato i suoi clienti e innescato la famosa crisi dei mutui subprime (2008). Ma forse il cittadino comune è meno al corrente dell’impegno ambientale della Goldman Sachs così come viene descritto sul sito della banca, in cui si afferma: «Riteniamo che un ambiente salubre sia necessario per il benessere della società, della nostra gente e dei nostri affari e che ciò rappresenti il fondamento di un’economia forte e sostenibile. […] Abbiamo in programma di ridurre le emissioni indirette di gas a effetto serra dei nostri uffici in affitto o di proprietà»2.

Sì, abbiamo letto bene: «Un ambiente salubre è necessario per i nostri affari»! Questa affermazione non è altro che la definizione del capitalismo verde, a cui potremmo aggiungere la seguente formula: «L’ambiente e il clima sono buoni mezzi per fare affari»… Di fronte a posizioni ambientaliste come quelle del Vaticano e della Goldman Sachs (ma ne vedremo altre analoghe), sono possibili tre atteggiamenti.

Si può sostenere che non esistano, che non siano reali, e quindi rifiutarne il significato profondo; insomma, si può ignorarle del tutto, ovvero occultarle.

Oppure possono essere considerati atteggiamenti superficiali o ipocriti, cosa difficile da dimostrare perché le due istituzioni citate stanno combattendo contro il «riscaldamento globale», ai rispettivi livelli, anche se i loro risultati, come i risultati di tutti i leader politici che si rispettino, non sono necessariamente all’altezza delle loro promesse.

O infine si può fingere che non rappresentino i veri ecologisti e la vera ecologia, pura e dura. Ma questa ipotesi equivale a eliminare la dialettica realmente esistente tra i partiti Verdi, le organizzazioni ambientaliste – World Wildlife Fund (WWF), International Union for Conservation of Nature (IUCN), Greenpeace, Sierra Club, Friends of the Earth (FOE)… – e tutte le istituzioni statuali (Stati nazionali, ONU…), socio-ideologiche (Chiese, ONG, ecc.) o economiche (imprese, ecc.). Fra l’altro si rinvia così a un’ulteriore questione, quella del rapporto tra una data scienza e la sua interpretazione.

A tal proposito, si dovrebbero distinguere attentamente due concetti: da un lato l’ecologia come scienza, che ha una storia, un’epistemologia e una metodologia; dall’altro l’ecologismo, o ambientalismo, una corrente di pensiero e azione che si basa più o meno su questa scienza. Non tutti gli ecologi sono ambientalisti, così come non tutti gli ambientalisti sono di fatto ecologi. La confusione tra i due termini è favorita dal vocabolario anglo-americano, il linguaggio dominante, che usa lo stesso termine, ecologist, per intendere sia ecologista, ambientalista che ecologo.

Questa confusione è particolarmente perniciosa. E non è banale dato che la rivista «The Ecologist», tradotta in diverse lingue con lo stesso titolo e fondata dal miliardario Edward «Teddy» Goldsmith (1928-2009), afferma di essere una rivista scientifica ma è in realtà estremamente militante e non presenta mai i disaccordi o le controversie che esistono tra scienziati sui vari argomenti ambientali. In realtà sostiene un dogma per fini ideologici e politici mascherandosi sotto l’aura della «verità scientifica».

Il clima nei notiziari

I vertici internazionali sul clima, detti COP (Conference of the Parties), mettono regolarmente la questione climatica in primo piano sulla scena politica e mediatica. Ogni volta esperti, giornalisti e attivisti proclamano che «c’è urgenza» e che «il vertice è l’ultima possibilità», utilizzando in pratica lo stesso registro e lo stesso vocabolario usato quando si tratta di «salvare la Grecia», «gestire il debito» oppure «uscire dalla crisi».

Si ricorre cioè alla stessa logica messa in atto dal sistema spettacolare e commerciale, il quale utilizza la strategia dello shock per farci mandar giù misure più o meno draconiane, se non addirittura per farci accettare l’idea che solo la competenza e la governance globale possono dare soluzioni. In caso di fallimento resteranno delusi solo quelli che ci hanno creduto, poiché solo gli ingenui possono credere che l’onu porterà davvero la pace nel mondo e che sia un organismo internazionale intriso di fratellanza e uguaglianza.

E poi non lasciamoci ingannare dalla spettacolare copertura mediatica della COP21, tenutasi a Parigi nel novembre 2015: si è trattato anche di un’operazione politica interna alla sinistra francese, con un partito socialista che aveva bisogno del partito dei Verdi (in realtà del suo elettorato…) in vista delle elezioni presidenziali. Il sito ufficiale della COP21 ci dice che «siamo tutti minacciati» (punto primo), che «il pianeta si sta riscaldando» e che «la specie sta per scomparire». Il tono generale è dato dal ricorso alla voce di diversi bambini la cui ingenuità contrasta con la gravità della questione: è necessario evocare in modo subliminale le «generazioni future», anche se, per definizione, non esistono ancora (e fra l’altro, alla loro età, questi bambini non sanno esattamente di cosa stanno parlando); il che dà vita a un insieme fatto di paura, futuro e freschezza.

Potremmo persino iniziare dalla fine, chiedendoci quali sarebbero le conseguenze di un riscaldamento di ± 2 °C nei decenni a venire, come annunciato dall’IPCC. Conseguenze del genere sarebbero catastrofiche come previsto? Ad esempio, lo scioglimento del permafrost alle latitudini elevate rilascerebbe nuovi gas che si sommerebbero ai gas serra: ma in che quantità e con quale impatto? In realtà, non lo sappiamo. D’altra parte, la fusione consentirebbe forse la coltivazione di nuove terre in Siberia o in Canada, in un’epoca in cui le carestie continuano ad affamare l’umanità. Se vogliamo ridurre davvero l’intensificazione chimica dell’agricoltura, che porterà inevitabilmente a un calo della produttività e quindi della produzione, dovremmo avere nuove terre per nutrire i 7,55 miliardi di abitanti attualmente sulla Terra (dati 2017), che molto probabilmente diventeranno 10 miliardi nel 2055. Gli inverni più miti in alcune regioni temperate (nell’Europa occidentale, ma non nel nord-est degli Stati Uniti) potrebbero consentire una riduzione del consumo di energia e quindi rivelarsi un bene per il pianeta e per le persone.

Già solo queste poche considerazioni evidenziano l’incoerenza presente nella maggior parte delle affermazioni allarmistiche e «collassologiche». Ma è una questione di logica o c’è dell’altro? Magari forme di misantropia mescolate a strategie in campo energetico, o forme di opportunismo politico?

Porre domande del genere sembra tabù, perché sfida un dogma molto diffuso che afferma l’inevitabilità, la gravità e la drammatizzazione del «riscaldamento globale». In ambito accademico è improbabile che giovani dottorandi o accademici precari si avventurino su un terreno così scivoloso. Diverse controversie ne mostrano già le conseguenze fatali. Ad esempio, l’ambientalista danese Bjørn Lomborg, di formazione statistico ed ex membro di Greenpeace, viene ora diffamato dagli ambientalisti perché dopo aver aderito ad alcune loro convinzioni le ha poi ritenute inaccurate, in particolare a proposito del clima. Da parte nostra, se riteniamo utile tener conto delle critiche di Lomborg e di altri, non per questo siamo d’accordo con le loro soluzioni, la prima delle quali consiste nel rafforzare la proprietà privata delle risorse, in particolare la privatizzazione degli oceani33.

Certo, se si cita sia questo che quello per costruire un’argomentazione solida, si corre il rischio di essere rifiutati se questo o quel riferimento non piacciono, e tuttavia qui scommettiamo su quella capacità intellettiva che consente a ciascuno di farsi un’idea propria sulla sostanza a prescindere dai nomi. Ma in effetti sta qui una delle maggiori insidie: coloro che sono critici verso il consenso pro-ipcc veicolano una varietà di soluzioni politiche e valori ideologici niente affatto neutrali. Lomborg non è Allègre, che a sua volta non è Lindzen, per non parlare di Singer, Theon, Reiter, Landsea, Courtillot, ecc. Così come non ci facciamo trarre in inganno da certe asserzioni dell’ipcc, da certi pseudo-esperti e dai politici/politiche ambientalisti/ambientaliste, allo stesso modo manterremo il nostro spirito critico nei confronti delle contro-asserzioni, con lo scopo di costruire un pensiero libero. Di André Gide, ad esempio, rientrato nel 1936 disilluso e deluso dall’Unione Sovietica, conserveremo l’essenziale, la disillusione e la delusione, senza per questo aderire al resto…

La questione climatica combina quindi almeno due dimensioni: quella erudita (scientifica) e quella politica (politico-economica e geopolitica). Per l’attivista di base come per il comune cittadino, la difficoltà è comprendere la complessità del discorso scientifico, soprattutto in relazione all’argomento clima, sul quale non ha ricevuto alcuna formazione, e ricondurlo all’ambito politico. L’altra difficoltà sta nel fatto che, contrariamente a quanto viene generalmente proclamato, non solo non esiste un consenso scientifico sulla questione del «riscaldamento globale», ma oltretutto i punti di disaccordo non riguardano i medesimi elementi. Non vi è quindi alcuna omogeneità di opinioni. Ad esempio, le critiche nei confronti dell’IPCC non sono tutte dello stesso ordine: alcune evidenziano il problema delle modellizzazioni, altre si concentrano su interpretazioni abusive oppure oltranziste, altre ancora criticano la composizione del gruppo e i suoi metodi di funzionamento. Raggruppare i critici in categorie e campi opposti potrebbe far contenti i manichei del bene e del male, ma distorcerebbe la realtà.

Infine, non dovremmo limitarci solo alla questione climatica, ma inserirla in un più ampio quadro di problematiche riguardanti l’ambiente naturale e umano, geografico e mesologico (che cioè studia l’ambiente nel quale evolvono gli organismi). Il che è necessario per comprendere non solo alcuni elementi tecnici ma anche le sfide sociali, politiche ed economiche implicate nella questione climatica.

Note al Preambolo


  1. Cécile Chambraud, Le «plaidoyer» pour le climat des six religions de France, «Le Monde», 23 maggio 2015, p. 11.↩︎

  2. https://www.goldmansachs.com/s/environmental-policy-framework/.↩︎

  3. Bjørn Lomborg, L’Écologiste sceptique, Le Cherche-Midi, Paris, 2004, p. 742; ediz. orig. The Skeptical Environmentalist: Measuring the Real State of the World (2001). Da notare la differente traduzione fra l’inglese e il francese, assolutamente non anodina, visto che esperto ambientale non è sinonimo di ambientalista/ecologista. Il titolo originale in danese è ancora diverso: Verdens Sande Tilstand (Il vero stato del mondo). [Il titolo della traduzione italiana ricalca l’inglese, mentre il sottotitolo purtroppo no: L’ambientalista scettico. Non è vero che la Terra è in pericolo, Mondadori, Milano, 2003; N.d.T.].↩︎