Introduzione a ‘Il buon selvaggio’

Ashley Montagu

2021-07-22

traduzione di Roberto Ambrosoli e Amedeo Bertolo.

INDICE DEL LIBRO:

Introduzione di Ashley Montagu // CAPITOLO PRIMO Cooperazione e libertà tra i Fore della Nuova Guinea di E. Richard Sorenson // CAPITOLO SECONDO Aggressività e ambiente educativo tra i !Kung di Patricia Draper // CAPITOLO TERZO Origini della non-violenza: il controllo dell’aggressività tra gli Inuit di Jean L. Briggs // CAPITOLO QUARTO Vita infantile in un contesto non-violento: il caso dei Semai di Robert Knox Dentan // CAPITOLO QUINTO L’Australia degli aborigeni di Catherine H. Berndt // CAPITOLO SESTO La politica della non-violenza di Colin M. Turnbull // CAPITOLO SETTIMO Gentilezza tahitiana e controlli ridondanti di Robert I. Levy

Molto è stato scritto sull’aggressività, ma assai poco sulla non-aggressività, sulla gentilezza. E il poco che è stato detto sull’argomento, tranne alcuni studi di psicologi e di antropologi che hanno lavorato sul campo, era raramente basato su risultati di ricerche. Negli ultimi anni un certo numero di autori hanno riesumato l’ipotesi che gli esseri umani siano universalmente aggressivi, anzi che essi lo siano per istinto. La loro ipotesi ha suscitato una buona dose di interesse e di approvazione sia tra i lettori sia tra alcuni scienziati. Ma ha anche suscitato molte critiche da parte di studiosi del comportamento animale e umano.

Gli «innato-aggressivisti» – come io definisco coloro che ritengono che l’aggressività sia universale e innata, ad esempio Konrad Lorenz, Niko Tinbergen, Robert Ardrey, Desmond Morris, Anthony Storr e altri1 – danno per scontato che tutte le società umane si conformino all’opinione che essi ne hanno, vale a dire che tutte le società umane siano aggressive. Si dà invece il caso che ciò, semplicemente, sia falso.

Molte società umane non possono essere classificate come aggressive. E vi sono molti individui nelle società aggressive che non sono aggressivi e che anzi sono contrari a qualunque forma di comportamento aggressivo. Molte società che sembrano aggressive sono, in realtà, composte da individui che per lo più non sono abitualmente aggressivi. La maggior parte della gente nelle società «civili» viene coinvolta nelle guerre non perché si senta aggressiva nei confronti di quello che viene socialmente definito come il «nemico», ma perché i suoi leader – che a loro volta raramente sono motivati da sentimenti aggressivi – ritengono necessario fare la guerra. E una tale convinzione non ha assolutamente nulla a che vedere con sentimenti universali o con istinti, ma per lo più con necessità politiche.

Quando ci si riferisce a società aggressive dev’essere ben chiaro se ci riferiamo ad aggressività interna o esterna al gruppo. Vi sono, ad esempio, società in cui l’aggressività esterna – verso altri gruppi – è molto elevata ma in cui al contrario l’aggressività interna al gruppo è molto bassa, come in molte popolazioni della Nuova Guinea2. Vi sono alcune società in cui è molto alta sia l’aggressività interna sia quella esterna, come tra gli Yanomami3. Vi sono poi società in cui sono molto basse entrambe le forme di aggressività, come tra i Toda4 dell’India meridionale; e vi sono infine società in cui non esiste aggressività né interna né esterna al gruppo.

Di fronte al rinnovato dibattito sulle società aggressive ci è dunque parso utile cercare di evidenziare quali fattori fanno sì che alcune società siano più o meno aggressive di altre. A questo scopo abbiamo chiesto ad alcuni antropologi, che hanno lavorato direttamente sul campo, di esporre i risultati delle loro ricerche per quanto concerne specificamente l’aggressività e la non-aggressività in società non-letterate di loro conoscenza.

Ci sono numerose società che spiccano per la loro non-aggressività. Fra queste, i Punan del Borneo, gli Hadza della Tanzania, i Birhor e i Toda dell’India meridionale, i Veddah di Ceylon, gli Arapesh della Nuova Guinea, gli aborigeni australiani, gli Yamis dell’isola dell’Orchidea, al largo di Taiwan, i Semai della Malesia, i Tikopia del Pacifico occidentale, i Dayak dell’interno di Sarawak, i Lepchas del Sikkim, gli indiani Papago, gli Hopi, gli Zuni e in genere le tribù Pueblo, i Tahitiani e gli Ifaluk del Pacifico.

Vi sono peraltro poche società in cui non sia presente una qualche forma di comportamento aggressivo, magari lieve. Il campo di variazione è, comunque, estremamente ampio. La variabilità e l’assenza di uno stereotipo suggerisce l’ipotesi che il comportamento violento sia in gran parte appreso. Come si potrebbe altrimenti dare ragione delle spiccate differenze nell’espressione della violenza? Il ricorso all’istinto o ai geni non regge un esame critico5; il riduttivo «nient’altro che» dei biologici estremi e, per converso, degli ambientalisti estremi porta solo a una gran confusione. Lo sviluppo del comportamento aggressivo, sia negli animali sia negli esseri umani, dipende, in ogni sua fase, da una complessa interazione tra geni e ambiente, in cui però l’esperienza sociale gioca un ruolo centrale6.

I dati di fatto suggeriscono l’ipotesi che, come conseguenza della selezione naturale in quell’ambiente peculiare in cui gli umani hanno vissuto la parte principale della loro storia evolutiva, essi siano diventati polimorficamente educabili. Gli esseri umani possono imparare praticamente tutto. Tra l’altro, possono imparare a essere pressoché completamente non-aggressivi. La costituzione genetica umana non va assolutamente vista come un equivalente della dottrina teologica della predestinazione. Qualunque siano o possano essere le potenzialità aggressive umane, è chiaro che le manifestazioni di aggressività dipenderanno in larga parte dagli stimoli ambientali che riceveranno. Se, come crediamo, è così, c’è di che essere ottimisti, perché se si riesce a capire le condizioni che producono il comportamento aggressivo, si può sperare che cambiando tali condizioni si possa controllare il manifestarsi e lo svilupparsi di tale comportamento.

I saggi che qui presentiamo costituiscono, individualmente e collettivamente, un contributo originale e prezioso alla nostra comprensione delle condizioni che producono l’aggressività in società diverse e di come le manifestazioni d’aggressività possano essere controllate. Bisogna tenere distinti i fatti dalle teorie. In questo libro ci si occupa di fatti, fatti che rivestono per noi un’importanza particolare, non solo perché gettano luce sulla validità delle teorie ma anche perché ci consentono di andare a fondo di rapporti sociali da cui il nostro mondo occidentale ha molto da imparare. Nei dibattiti sull’aggressività assai frequentemente il termine non viene adeguatamente definito. Si dà per scontato che tutti sappiamo che cos’è l’aggressività. In realtà vi sono tali e tanti tipi di comportamento definibili come aggressività che è necessario stabilire sempre in modo inequivocabile a quale genere di aggressività ci si sta riferendo7. Nei saggi inclusi nel presente volume ci si riferisce a più di un tipo di aggressione. Tutti però possono essere compresi – più che definiti – in una categoria generale in quanto comportamento finalizzato a infliggere dolore fisico o psichico ad altri. Tale dolore può limitarsi al portare via uno stecco o un giocattolo, oppure può significare infliggere una ferita corporale più o meno grave. L’aggressività, seppure limitata a nient’altro che un sentimento, è probabilmente qualcosa che la maggior parte degli esseri umani ha vissuto e manifestato.

La questione che ci interessa in questo volume è come mai alcune società siano così poco aggressive rispetto ad altre. Quali sono le condizioni che favoriscono l’aggressività negli individui e nella società? Come fanno talune società a tenere sotto controllo il manifestarsi dell’aggressività? E, infine, in quali condizioni gli individui delle società non-aggressive tendono a diventare aggressivi? Alcune risposte a queste domande sono fornite dalle pagine che seguono.

Margaret Mead fu, molti anni fa, il primo antropologo a indagare sulle origini dell’aggressività in società preletterate. Nel suo Sesso e temperamento in tre società primitive8, evidenziò l’esistenza di una forte correlazione tra pratiche educative dell’infanzia e successivo sviluppo della personalità. Il bambino che era fatto oggetto di molta attenzione, quello i cui bisogni venivano prontamente soddisfatti, come tra gli Arapesh della Nuova Guinea, diventava un adulto gentile, cooperativo, non- aggressivo. D’altro canto, il bambino cui veniva data un’attenzione superficiale e intermittente, come tra i Murdugomor – sempre della Nuova Guinea – diventava un adulto egoista, non-cooperativo, aggressivo.

Successive ricerche tra popoli sia preletterati sia civilizzati hanno sostanzialmente confermato questa correlazione. Lo stesso vale per gli studi pubblicati in questo volume.

Oggi è risaputo che la grandissima maggioranza di coloro che picchiano i bambini sono stati a loro volta picchiati o trascurati quando erano bambini9. È risaputo che coloro che sono stati emozionalmente deprivati da bambini probabilmente diventeranno adulti aggressivi. Ed è anche risaputo che chi da bambino ha ricevuto adeguatamente dell’affetto assai probabilmente diventerà un adulto affettuoso e non-aggressivo10.

Sembrerebbe che, seppure le potenzialità aggressive esistano in tutti gli esseri umani sin dalla nascita, tali potenzialità restino tali a meno che non vengano organizzate dall’esperienza in comportamenti aggressivi. Questo appare particolarmente evidente nel contributo di Sorenson sui Fore della Nuova Guinea11. Il comportamento aggressivo non è determinato da elementi innati più di quanto lo sia quel comportamento che chiamiamo linguaggio. Senza le potenzialità innate per il linguaggio non impareremmo mai a parlare, per quanto stimolante possa essere l’ambiente, in termini di linguaggio per l’appunto. Ma senza un ambiente di «parlanti» non impareremmo mai a parlare12 poiché, per quanto se ne abbiano le potenzialità innate, perché si parli bisogna che ci si parli e che si viva in un ambiente di linguaggio. Gli esseri umani palesemente sono – come ho detto – polimorficamente educabili, capaci cioè di imparare qualunque cosa si possa imparare. Il che non significa che essi nascano come tabulae rasae lockiane, nere lavagne su cui l’ambiente scrive le sue istruzioni comportamentali.

Quello che la realtà conosciuta sembra indicare è che non ci sono modelli operativi prefissati, non ci sono «istinti» che determinano la spontanea comparsa dell’aggressività oppure il suo scatenarsi a partire da un determinato stimolo. Ciò che può sembrare una reazione «scatenata», «automatica», «prefissata», «stereotipata» a uno stimolo può essere in realtà qualcosa di assai diverso. Accade spesso che vi siano, tra le condizioni che determinano il comportamento, elementi di apprendimento che possono essere visti solo se li andiamo a cercare. Questo può significare, in pratica, evitare che si verifichino nella vita del bambino quelle situazioni che tenderebbero a produrre comportamenti aggressivi. O qualora tali situazioni si producano, percepirne il comportamento conseguente non com’è consueto tra noi occidentali, bensì come esempio di gioco fisico esplorativo, con relativa soddisfazione sensoriale per i soggetti implicati, come avviene tra i Fore. Fra costoro, comportamenti di tal genere sono sempre consentiti, ma assai raramente finiscono in liti o scontri. Come dimostra Sorenson, l’aggressione tra i Fore non si scontra con una controaggressione, ma con una giocosità e con un’allegria cui ben presto l’«aggressore» finisce per unirsi.

Uno dei modi in cui gli individui affrontano situazioni che minacciano di esplodere in manifestazioni di rabbia o di violenza è spesso, assai semplicemente, quello di allontanarsene, e in alcuni casi ciò può significare aggregarsi a un altro gruppo. È stato anche ipotizzato che tutto il continuo brontolare, lamentarsi, battibeccare, sproloquiare dei Boscimani sia un modo per mantenere l’aggressività a livelli tollerabili. La stessa ipotesi è stata avanzata per l’analogo comportamento dei Pigmei della foresta Huri (Africa centrale), tra i quali picchiare la moglie, bisticciare e gridare potrebbe servire a tenere sotto controllo il manifestarsi del comportamento aggressivo.

Tali ipotesi traggono origine dalla concezione popolare della aggressività umana come «sfogo» compendiata nell’espressione letting off steam [letteralmente: lasciare scaricare il vapore]. Il che è noto anche come modello energetico idraulico, in quanto assimila l’aggressività alla crescente pressione del vapore in una caldaia. Il modo per impedire che la pressione del vapore cresca fino a far scoppiare la caldaia è di lasciarne uscire un po’, attraverso una valvola di sicurezza, così da tenere la situazione sotto controllo.

L’unico problema di questo grazioso modello dell’«energia» aggressiva è che non c’è alcunché di simile in alcun sistema nervoso di organismi conosciuti. Il difetto dei modelli energetici è che tendono a identificare gli impulsi psichici con energie fisiche pronte a scaricarsi in azioni fisiche per «ridurre» la «pressione» e così «concludere» il comportamento. Questi modelli trascurano il fatto che normalmente il comportamento viene «concluso» quando si modifica la struttura degli stimoli che l’hanno messo in moto13.

Vi sono prove schiaccianti che la manifestazione dell’aggressività porta non a una sua riduzione bensì a un suo rafforzamento14. Konrad Lorenz e gli altri innato-aggressivisti non fanno che confondere i termini del problema quando affermano che «in tempi preistorici la selezione intraspecifica inserì nell’uomo una certa dose d’aggressività per la quale non riesce a trovare uno sbocco idoneo nell’attuale ordine sociale»15. Né gli individui né le società hanno bisogno di «sbocchi» per il comportamento aggressivo.

Quanto risulta in modo evidente dallo studio di gran parte delle culture preletterate è che a esse non solo dispiace profondamente il manifestarsi della violenza, ma che anzi lo temono moltissimo, e sono generalmente grate a chi ne fa cessare il pericolo. Lungi dal cercare «sbocchi» alla violenza, la violenza stessa è spesso un comportamento freddo e ragionato anziché una manifestazione emotiva. È l’ostentata minaccia della violenza, più che la violenza di per sé, che conta maggiormente in tali occasioni; un po’ secondo il senso implicito nell’antica massima: «Se vuoi la pace, sii pronto a fare la guerra»16. La gioia con cui molti popoli preletterati hanno volentieri rinunciato a combattere, a razziare, a fare la guerra è una prova formidabile contro la pretesa che l’aggressione sia un piacere in sé.

Come indicano i saggi di questa antologia, qualunque siano le nostre potenzialità aggressive genetiche, una precoce induzione al comportamento cooperativo, e per converso la dissuasione da ogni comportamento aggressivo o assimilabile, serve a rendere un individuo (o una società) sostanzialmente non-aggressivo e cooperativo. Se le cose stanno così, la lezione, penso, è chiara.

Note all’Introduzione


  1. Konrad Lorenz, On Aggression, Brace & World, Harcourt, New York, 1966 (trad. it.: L’aggressività, il Saggiatore, Milano, 2015); Niko Tinbergen On War and Peace in Animals and Man, «Science», 160 (1968) pp. 1411-1418; Robert Ardrey, African Genesis, Atheneum, New York, 1961; Robert Ardrey, The Territorial Imperative, Atheneum, New York, 1966; Robert Ardrey, The Social Contract, Atheneum, New York, 1970; Robert Ardrey, The Hunting Hypothesis, Atheneum, New York, 1976; Desmond Morris, The Naked Ape, McGraw-Hill, New York, 1967 (trad. it.: La scimmia nuda, Bompiani, Milano, 2019); Desmond Morris, The Human Zoo, McGraw-Hill, New York, 1969 (trad. it.: Lo zoo umano, Mondadori, Milano, 2005); Anthony Storr, Human Aggression, Atheneum, New York, 1968; Anthony Storr, Human Destructiveness, Basic Books, New York, 1972 (trad. it.: La distruttività nell’uomo, Astrolabio, Roma, 1975).↩︎

  2. Ronald M. Berndt, Excess and Restraint, University of Chicago Press, Chicago, 1962.↩︎

  3. Napoleon A. Chagnon, Yanomamö: The Fierce People, Holt, Rinehart & Winston, New York, 1968.↩︎

  4. W.H.R. Rivers, The Todas, Macmillan, London, 1906.↩︎

  5. Ashley Montagu, The Nature of Human Aggression, Oxford University Press, New York, 1976.↩︎

  6. Robert A. Hinde, Biological Bases of Human Social Behavior, McGraw-Hill, New York, 1974, pp. 249-252 (trad. it.: Basi biologiche del comportamento sociale e umano, Zanichelli, Bologna, 1977).↩︎

  7. Ashley Montagu, op. cit., pp. 14-15.↩︎

  8. Margaret Mead, Sex and Temperament in Three Primitive Societies, Morrow, New York, 1935 (trad. it.: Sesso e temperamento in tre società primitive, Il Saggiatore, Milano, 1989).↩︎

  9. C.H. Kempe e R. Helfer, The Battered Child, University of Chicago Press, Chicago, 1968.↩︎

  10. Ashley Montagu (a cura di),* Culture and Human Development, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1975; Ashley Montagu (a cura di), The Direction of Human Development*, Hawthorn Books, New York, 1970.↩︎

  11. E. Richard Sorenson, The Edge of the Forest: Land, Childhood and Change in New Guinea, Smithsonian Institution Press, Washington D.C., 1976.↩︎

  12. Cfr. Ashley Montagu, The Direction of Human Development, cit.↩︎

  13. Robert A. Hinde, Energy Models of Motivation, «Symposia of the Society for Experimental Biology», n. 14 (1960), pp. 119-230.↩︎

  14. Leonard Berkowitz, Aggression: A Social Psychological Analysis, McGraw-Hill, New York, 1962; Albert Bandura, Aggression: A Social Learning Analysis, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1973.↩︎

  15. Konrad Lorenz, On Aggression, cit., p. 244.↩︎

  16. Vegezio, Epitoma Rei Militaris, 385, 3, Prologo.↩︎