Il diritto come baluardo dell’anarchia?

Introduzione a ‘Il diritto anarchico dei popoli senza Stato’

Thom Holterman

2021-09-06

INDICE DEL LIBRO:

CAPITOLO PRIMO Il rapporto gerarchico non è un fenomeno universale // CAPITOLO SECONDO Potere e violenza, potere e diritto // CAPITOLO TERZO Potere, diritto e rifiuto della gerarchia nelle società policefale del Corno d’Africa // CAPITOLO QUARTO La comunità giuridica come garante di una società non gerarchica // Ringraziamenti // Bibliografia

Nella vita quotidiana sono molti a pensare che non ci siano alternative alla società di tipo occidentale. Questo studio dell’etnologo tedesco Hermann Amborn, il cui titolo in tedesco è Das Recht als Hort der Anarchie, afferma il contrario. Amborn, professore di etnologia in pensione, ha fatto molti anni di ricerca sul campo nel Corno d’Africa. In questo libro mostra come in realtà esista una forma alternativa di società, ugualmente funzionante e tuttora attiva. Lungi dal pretendere che tale alternativa possa essere agevolmente travasata nel mondo occidentale, ci invita però a smettere di dire che «non c’è alternativa». Perché è un non-senso.

Un altro punto saldo che Amborn conferma attraverso i suoi studi è che l’anarchia e il diritto possono avere una relazione positiva tra di loro – come anch’io sostengo da molti decenni. Ma Amborn si spinge ancora più lontano, come si intuisce dal titolo provocatorio del suo studio: il diritto è addirittura un baluardo eretto in difesa dell’anarchia. È chiaro che Amborn parla di una visione di diritto differente da quella occidentale, e per comprendere a fondo la sua visione, mi accosterò ad alcuni dei temi affrontati nel libro.

Società segmentarie

Amborn parla di quelle che nel suo mestiere si chiamano «società segmentarie». Si tratta di società che, oltre a essere costituite da una popolazione che condivide caratteristiche comuni (lingua, cultura, religione, ecc.), sono altresì contrassegnate da uno status egualitario e da una coesistenza di istituzioni. I vari segmenti sono considerati come agglomerati sociali posti sullo stesso livello e liberi dal fenomeno della dominanza. E appunto questa è una delle ragioni per cui numerosi ricercatori (etnologi e antropologi in particolare) hanno cominciato a utilizzare il concetto di anarchia, ricorrendo spesso a un’aggettivazione supplementare. Hanno così coniato, per le strutture da loro individuate nelle società in questione, definizioni ormai consolidate come «anarchia regolamentata» o «anarchia ordinata».

Meno la società è segmentata, più essa è strutturata come uno Stato-nazione. Il mondo medievale occidentale, per esempio, aveva un carattere segmentario. Come testimoniano: a) l’importanza considerevole dei diritti locali; b) gli interessi sociali strettamente organizzati; c) l’indipendenza delle province e delle città; d) i santuari trasformati in punti di attrito tra «sovranità nazionale» e poteri locali. Sono fenomeni che la filosofa francese Sophie Djigo ci ricorda nel suo libro Les Migrants de Calais (2016). Nel tempo, tutto ciò è stato «demolito» e lo Stato-nazione ha preso il suo posto.

Le società segmentarie sono società senza Stato. Di conseguenza, non vi è nemmeno un’autorità centrale. Questa assenza è indicata dal termine «acefalo» – senza (a-) testa (cefalo) – usato dagli etnologi per descrivere queste società; si potrebbe perciò dire che sono società «senza capi». Ma secondo Amborn anche nelle società senza Stato esistono numerose funzioni governamentali disseminate nel sociale, ragion per cui preferisce parlare di società «policefale» – con molte (poly-) teste. Per evitare che le persone tentino di esercitare il potere, in queste società è messo in opera il diritto (normalizzazione, strutturazione, procedure di comunicazione), il cui scopo è impedire che il potere si concentri nelle mani di un piccolo numero di persone. In questo modo esso forma un bastione in difesa dell’anarchia.

Oltre a ciò, è ben evidente che Amborn ha familiarità con l’anarchismo. Conosce i principi sui quali è scritta l’anarchia positiva. In quanto etnologo, possiede anche una conoscenza approfondita della vita sociale, giuridica e politica di numerose tribù e popoli situati in specifiche regioni dell’Africa orientale. E il linguaggio utilizzato in queste società comprende concetti chiave che corrispondono a concetti chiave propri della teoria anarchica, tanto che Amborn afferma che l’anarchismo e le società policefale hanno un «campo semantico» comune che comprende concetti come egualitarismo, cooperazione, ecc. Capita perciò che a volte Amborn si riferisca a quelle società chiamandole «società di tipo anarchico».

Qual è la specificità delle società policefale che esistono e funzionano ancora oggi? La risposta a questa domanda è interessante, poiché essa permette di scoprire a quale concezione di diritto ricorrano le società policefale studiate da Amborn al fine di mantenersi vitali senza l’uso della forza.

Il dominio è una scelta

Amborn descrive alcune società umane (presenti nell’Etiopia meridionale e nel Corno d’Africa) che, grazie alle loro reti sociali e alle loro istituzioni, non hanno bisogno di un’autorità che detenga un potere unico e centralizzato. Anzi, esse sono l’opposto delle società caratterizzate da strutture rigidamente gerarchiche. Le persone che hanno creato queste forme di coesistenza sono dei nostri contemporanei. La forma di società in questione non è dunque una reliquia storica che precede la monarchia o i primi Stati. È un modello di opposizione allo Stato. È vero che, nel mondo intero, non si può trovarlo se non all’interno delle frontiere degli Stati, ma questo significa solo che esso deve essere in grado di rapportarsi al contempo alle strutture statuali esistenti. Amborn sottolinea che si tratta spesso di piccole unità sociali, ma non è raro che queste interessino società che contano milioni di persone. Nonostante ciò, tali forme di organizzazione sono spesso ignorate o rigettate in quanto autorefenziali. Eppure esistono tuttora!

Con le sue ricerche, Amborn vuole mostrare che esistono forme di società basate su idee, forme di azione e istituzioni che si oppongono al dominio dell’uomo sull’uomo. Per lui è particolarmente importante capire in che misura le rappresentazioni giuridiche e valoriali che vi si applicano sostengano la capacità di queste società a riprodursi e in che misura contrastino le tendenze all’accumulazione di potere. Amborn si sofferma a lungo su questo punto cruciale.

Nel corso della storia i popoli hanno sviluppato numerose forme di vita comune e lo Stato non è che una delle forme possibili. Ed è appunto in tale prospettiva che Amborn studia le società senza dominio tuttora esistenti in molte regioni del mondo, esaminando in particolare le società non gerarchiche del Corno d’Africa. Negli anni Quaranta del Novecento, alcuni etnologi britannici rilevavano l’esistenza di società africane «organizzate anarchicamente», ed è appunto da qui che prende le mosse l’indagine di Amborn sulla natura di queste società, nelle quali non c’è alcun potere coercitivo né alcun organismo che detenga il monopolio della violenza.

Attraverso una descrizione dettagliata, si rendono visibili le complesse relazioni storiche e sociopolitiche attraverso cui questa speciale formulazione del diritto è stata inglobata da società senza potere. Anche qui certi rapporti di potere implicano l’attività del diritto, ma non sono né rapporti di dominio, né rapporti di violenza. Le ricerche di Amborn e i suoi approfondimenti sembrano dunque promettenti tanto per gli anarchici quanto per gli scienziati politici e i filosofi occidentali. Esse possono infatti fornire numerosi stimoli per una visione altra rispetto a quella stabilita, anche se una tale visione non è direttamente applicabile in Occidente.

A tal proposito, non posso non pensare a Massimo La Torre, filosofo italiano che si occupa di diritto libertario, con cui sono in contatto ormai da decenni. Qualche tempo fa mi ha inviato un nuovo testo intitolato In cerca di riconciliazione: anarchia e diritto, incluso nella raccolta di Matthias Kaufmann e Joachim Renzikowski, Freiheit als Rechtsbegriff (2016). Dal mio punto di vista, la domanda cruciale è: come mai Massimo non riesce ad ammettere questa riconciliazione (quando a mio avviso c’è invece una «convergenza»)? Ebbene, credo che la risposta stia nel fatto che lui continui a cercare le risposte presso i filosofi e i giuristi occidentali classici e moderni, i quali finiscono tutti – nonostante abbiano una concezione del diritto leggermente differente da quella della comunità giuridica – per conciliare diritto e coercizione. E qui siamo in pieno modello giuridico occidentale…

Dopo aver stabilito che una determinata concezione giuridica è un elemento costitutivo di un’intera realtà di vita, Amborn si occupa poi di numerosi casi giuridici concreti, che esamina in dettaglio per verificare come si possano ottenere soluzioni consensuali grazie a un’azione comunicativa condivisa e come possano essere accettate le decisioni prese in assenza di ricorso alla violenza. Con la sua analisi mostra chiaramente in che misura l’attitudine all’assenza di potere, l’aspirazione a forme autonome di associazione e il rifiuto dell’autorità centrale si siano depositate nel diritto. Amborn si spinge troppo in là per entrare qui nei dettagli. Per comprenderlo, bisogna studiare il libro. Quel che però appare subito chiaro è che il dominio non è una necessità, ma una scelta, e che dunque potete anche decidere di non farla.

Anarchia regolamentata

Il modo occidentale di riflettere sull’organizzazione sociopolitica delle società umane poggia su un secolare e fondamentale conflitto di interessi: quello tra dominanti e dominati. Uno dei modelli materiali più noti è quello formato dai proprietari terrieri e dagli schiavi (come il latifundium durante l’Impero romano o più tardi le grandi piantagioni), in parte riconoscibile anche nel modello formato da industriali e operai. Al cuore di questo pensiero si trova l’egemonia, imposta dalla concorrenza e in grado di procurare ricchezze ai dominanti. Quelli che non sono pronti a lasciare dietro di sé questa contraddizione fondamentale diventano, consciamente o inconsciamente, del tutto incapaci di concepire in altro modo il diritto, se non nel suo stretto legame con la coercizione.

Nel pensiero occidentale, tutto ciò è riassunto, ormai da secoli, nella struttura dello Stato-nazione, che costituisce il classico modello di organizzazione basato sulla coercizione (monopolio statale della violenza). In altre parole, lo Stato detiene il «potere della spada», secondo la formulazione a suo tempo coniata dal pensiero cristiano-religioso. Chiunque voglia pensare «anarchico» dovrà dunque procedere a un radicale cambiamento culturale…

Per tornare agli etnografi britannici, Amborn studia con attenzione anche il modo in cui il governo coloniale britannico tentò di gestire la situazione, durante gli anni Trenta del Novecento, in zone dell’Africa popolate e organizzate in società non gerarchiche. I britannici infatti provarono ad applicare il cosiddetto «governo indiretto» (indirect rule), lasciando all’autorità indigena dei capiclan il compito di attuare quelle che erano le loro volontà. Ma era un metodo inabituale per la popolazione indigena e di fatto non funzionava. I britannici, non capendoci nulla, decisero allora di convocare alcuni etnologi per studiare sul campo il fenomeno.

Uno di essi, l’etnologo E.E. Evans-Pritchard, identificò così in un’area del Sudan una forma di società che divenne oggetto dei suoi studi e che chiamò appunto «anarchia regolamentata». In questa società esisteva la funzione del capoclan, ma non c’era potere di comando; anzi, questa era una categoria di pensiero che proprio non concepivano. Anche altri etnologi convocati dal governo coloniale britannico osservarono l’esistenza di forme di organizzazione non statuali nelle zone da loro studiate. Ma che questi etnologi non fossero in grado di abbandonare la loro visione occidentale appare evidente dal fatto che chiamarono quelle forme «Stati falliti». Perché chiamarli così? Secondo Amborn, il motivo è che questi etnologi non si trovarono di fronte a Stati-nazione classici, dotati di potere centrale, monopolio della violenza e apparati burocratici, ma a un insieme di strutture, sviluppatesi a partire dai «consigli degli anziani», che regolavano gli interessi politici (e ciò non significa affatto che si trattasse di una «gerontocrazia» pietrificata, come infatti mostra Amborn). Vennero dunque considerati «Stati falliti» e non forme distinte di una governance politica non statuale. D’altronde, gli etnologi coinvolti non potevano non mancare il bersaglio appunto perché non erano in grado di vedere che per mantenere una società regolamentata lo Stato non è per forza necessario.

Una «comunità giuridica» come garanzia

Le società policefale di cui parla Amborn variano enormemente per numero di abitanti e vastità territoriale. Tuttavia, esistono delle caratteristiche che, in senso weberiano, mostrano la forma idealtipica di una tale società. Egli menziona tre caratteristiche:

a - I suoi membri perseguono gli interessi comuni grazie all’azione cooperativa, ma anche se la coesistenza sociale è regolamentata collettivamente, queste società si caratterizzano per un grado elevato di autonomia personale.

b - I principi di base di tale coesistenza sono la reciprocità e l’esistenza di reti orizzontali di persone che godono degli stessi diritti. Poiché le relazioni all’interno di queste reti sono flessibili e volontarie, esse si separano spesso – non solamente in caso di conflitto – e si ricongiungono altrettanto spesso.

c - Le risorse economiche fondamentali sono detenute collettivamente o sottomesse al controllo della società; l’accumulazione di ricchezza non è ben vista, l’avarizia e l’invidia sono disprezzate, e c’è un dovere di condivisione.

Queste caratteristiche conducono all’elaborazione di «misure» in base alle quali la società si organizza, si struttura.

Che un ambiente sia senza potere non significa che esso sia anche senza conflitto. I conflitti sono trattati secondo la «logica della ricerca del consenso». Anche qui constatiamo una differenza importante con l’approccio occidentale ai problemi e ai conflitti. Invece di ricorrere alla decisione di un tribunale o alla regola maggioritaria per produrre e imporre una «parola di forza», vengono avviate delle discussioni all’interno degli organismi pubblici fino a quando nessuno si oppone alla decisione da prendere. Il diritto copre qui la funzione di diritto procedurale. Gli animatori e i moderatori delle discussioni possono utilizzare la loro autorità per arrivare a un consenso, ma non hanno potere di comando. In questo modo, una «comunità giuridica» (in tedesco: Rechtsgemeinschaft) si configura come una garanzia per quelle società che cercano l’armonia e la pace.

Alcuni di questi elementi possono essere trovati tanto nelle concezioni africane quando in quelle dell’Europa occidentale. Eppure, per Amborn non vi è congruenza tra loro perché le finalità sono diverse. Le concezioni africane, per esempio, mirano a risolvere i problemi concreti sorti nella pratica, mentre quelle europee, in ragione del loro approccio filosofico, contengono una pretesa universalista di tipo teorico. Amborn mostra, per esempio, come Jürgen Habermas e Karl-Otto Apel vedano la loro etica del discorso come uno sviluppo e una continuazione dell’Illuminismo europeo attraverso la teoria dell’agire comunicativo. Viceversa, Amborn dedica una parte consistente del suo libro al diritto applicato e al metodo di ricerca del consenso.

Un’alternativa esiste già

All’interno di queste strutture di governance politica non statuale, il diritto copre diverse funzioni. Amborn ne parla in dettaglio e sotto vari aspetti, affrontando in specifico la questione dell’accettazione delle decisioni. Lo fa soprattutto perché gli stranieri in genere e gli etnologi in particolare si stupiscono sempre nel constatare come nelle società policefale le decisioni e i verdetti deliberati siano accettati e applicati senza il ricorso alla violenza fisica e senza apparati burocratici che li rendano esecutivi.

Sono fenomeni cui Amborn si accosta in parte alla luce di ciò che Michel Foucault (potere), Jürgen Habermas (comunicazione senza potere), Hannah Arendt (democrazia partecipativa), Pierre Bourdieu (concetto di habitus) e Nicolas Luhmann (acquisizione della legittimità attraverso le procedure) hanno studiato, nelle società occidentali in particolare. A cui aggiunge la constatazione che in molti luoghi del mondo si sono sviluppate forme politiche altre dallo Stato-nazione, come la creazione delle municipalità autonome da parte dei neozapatisti in Chiapas (Messico).

In tutto ciò, l’obiettivo di Amborn è mostrare quanto l’anarchia possa essere vitale e funzionale ai giorni nostri, e quanto una data funzione possa risultare efficace come garanzia. In altre parole, esiste già un’alternativa allo Stato-nazione, ma l’elaborazione di questa alternativa attende un cambiamento culturale, che è un lavoro di lungo respiro. Ma forse Roma è stata costruita in un sol giorno? Ci sono dunque aspetti che vanno superati, come l’illusione dello statalismo.

L’illusione dello statalismo

Il mondo occidentale, influenzato dal pensiero di filosofi politici come Jean Bodin (1530-1596) e Thomas Hobbes (1588-1679), ha dato vita a un’organizzazione coercitiva che ha spezzato la spina dorsale della società. Come scrive Stefan Blankertz (Blankertz e Goodman, Staatlichkeitswahn, 1980, p. 34), la spina dorsale della società è «l’autonomia del suo diritto». Il diritto è formato dalle consuetudini, dai contratti e dagli statuti sottoscritti tra i gruppi sociali e al loro interno tra le persone che ne fanno parte. E non è necessario avere uno Stato per questo. Anche Pëtr Kropotkin (1812-1921) affronta brevemente l’argomento quando si occupa di «diritto consuetudinario» e «contratto», in particolare nel suo opuscolo La legge e l’autorità (sia detto en passant, questo opuscolo è stato redatto dal punto di vista della lotta contro la concezione giuridica occidentale, da cui io stesso non mi discosto).

Tuttavia è stato l’etnologo e sociologo tedesco Christian Sigrist (1935-2015) ad aver attirato per la prima volta la mia attenzione verso il lavoro sul campo svolto da Hermann Amborn. Alcuni decenni fa mi sono imbattuto nell’opera di Sigrist intitolata Regulierte Anarchie [edito in francese nel 1967 e in diverse riedizioni con il titolo Anarchie régulière, ma inedito in Italia; N.d.T.]. Sigrist ha fatto ricerche sul campo in Afghanistan e in Africa, ed è grazie a lui che ho scoperto il termine «società segmentaria», una società cioè senza istituzioni politiche centrali – diciamo senza «lo Stato». In quanto giurista e anarchico, io ero da sempre alla ricerca di forme di ordine che non avessero una direzione centrale imposta. E le ho trovate nei suoi scritti. Sigrist, da parte sua, si interessava a questo tipo di organizzazioni sociali al fine di criticare le relazioni di potere proprie degli ideologi liberali e le giustificazioni che ne derivavano. Era dunque perfettamente nelle mie corde.

Chiunque sia interessato a questo approccio si imbatterà inevitabilmente nell’antropologo ed etnologo francese Pierre Clastres (1934-1977), la cui ricerca sul campo si è svolta tra gli indios amazzonici, e nel suo libro cruciale La società contro lo Stato (1974). Per me, in quanto anarchico e in quanto giurista, l’aspetto più rilevante nell’opera di Clastres è che l’esistenza dei rapporti di forza non può essere negata, ma che al contempo nelle società senza Stato esistono una miriade di costumi e di regole volti precisamente a impedire qualunque monopolio del potere.

D’altronde, in ambito libertario lo studio di specifici gruppi di popolazione, e poi lo scriverne, è un’attività che si incontra molto presto. Il fratello primogenito del geografo anarchico francese Élisée Reclus (1830-1905) lo ha fatto con grande impegno. Mi riferisco ovviamente all’etnologo anarchico Élie Reclus (1827-1904), conosciuto in particolare per Les primitifs (1885) e per Les primitifs d’Australie (1894).

Più recentemente, il politologo e antropologo americano James C. Scott (1936), soprattutto con il suo libro L’arte di non essere governati. Una storia anarchica degli altopiani del Sud-est asiatico (2009), è anche lui diventato un punto di riferimento essenziale per un pubblico di lettori libertari. Scott ha effettuato i suoi primi lavori sul campo nel Sud-Est asiatico. Questa regione, ribattezzata «Zomia», è un’area montagnosa, di grandezza pari all’Europa, geograficamente conosciuta con il nome di Southeast Asian Mainland Massif e composta da territori che appartengono a sette paesi asiatici. I diversi gruppi che vivono oggi a «Zomia» si sono rifugiati qui per sottrarsi a ciò che gli Stati-nazione circostanti imponevano loro – lavoro schiavistico, coscrizione militare, imposte, guerra… – o a ciò che provocavano al loro interno, ovvero epidemie (un caso che oggi, con il coronavirus, ci tocca tutti…).

L’organizzazione sociale di questi gruppi, la loro collocazione geografica, le loro pratiche e la loro cultura sono tali da scoraggiare qualunque intervento da parte degli Stati vicini. Scott ha recentemente pubblicato un libro sulle origini degli Stati intitolato Le origini della civiltà. Una controstoria (2017), in cui io rintraccio dei punti di vista conformi a quelli espressi da Franz Oppenheimer (1864-1943) nel suo libro Lo Stato (1907), apprezzato già all’epoca negli ambienti anarchici perché rendeva plausibile l’idea che lo Stato fosse nato come uno «Stato bandito» (minando così la teoria di Hobbes). E Scott oggi la conferma.

Il lavoro di Hermann Amborn procede lungo questa stessa linea, ma l’originalità della sua ricerca risiede nell’intento di «anarchizzare» il diritto. Le conclusioni cui arriva, ottenute nel corso di un lavoro sul campo svolto in varie regioni dell’Africa, rimandano alle modalità messe in atto dalle società senza Stato per impedire la formazione di un qualunque monopolio del potere. Contestualmente, presta una considerevole attenzione anche al tema della risoluzione dei conflitti in tali società. E così fa emergere come il diritto si possa trasformare in un baluardo eretto a difesa dell’anarchia. Non solo, ma queste descrizioni gli forniscono anche una serie di elementi cruciali per criticare la visione occidentale dello Stato, del potere, del diritto e della risoluzione dei conflitti, indicando al contempo e in maniera esplicita dove si possono individuare dei paralleli con il pensiero libertario e come si può rendere fruttuoso tutto questo.