Introduzione a ‘Anarchia e cristianesimo’

Jacques Ellul

2021-01-28

INDICE DEL LIBRO:

Nota introduttiva di Goffredo Fofi // Prefazione di Mimmo Franzinelli // INTRODUZIONE // CAPITOLO PRIMO L’anarchia dal punto di vista di un cristiano // CAPITOLO SECONDO La Bibbia fonte di anarchia // CONCLUSIONE

Il problema che voglio affrontare è estremamente difficile in quanto le certezze a suo riguardo sono stabilite da lungo tempo, su entrambi i fronti, e non vengono mai sottoposte al pur minimo dubbio. Va da sé che gli anarchici sono ostili a tutte le religioni (e il cristianesimo è evidentemente classificato in questa categoria); e che i cristiani devoti, da parte loro, hanno in orrore l’anarchia in quanto radicale rifiuto delle autorità costituite e dunque fonte di disordine. Sono proprio queste le certezze semplici e indiscusse che intendo mettere qui in discussione.

Non è forse inutile spiegare «da quale pulpito viene la predica», come ben reclamavano gli studenti nel 1968. Sono cristiano, non già di origine e di famiglia, ma per conversione. Quando ero giovane, provavo una netta ripulsa per i movimenti fascisti (e già il 10 febbraio 1934 manifestavo contro le Croix de Feu1). Sul piano intellettuale ero fortemente influenzato da Karl Marx e ammetto che questa influenza era legata non tanto al valore intellettuale della sua opera quanto a circostanze sia familiari (mio padre si trovò disoccupato dopo la crisi del 1929 e non si deve dimenticare cosa volesse dire essere un disoccupato nel 1930), sia individuali (come studente avevo partecipato a molti scontri con la polizia, ad esempio al tempo del caso Jèze2).

A poco a poco mi resi conto di avversare più lo Stato che il «sistema capitalista». La definizione di Friedrich Nietzsche che qualificava lo Stato come «il più freddo di tutti i mostri freddi» mi pareva fondamentale. Tuttavia, se mi sentivo vicino alle analisi di Marx (e alla sua previsione di una società in cui lo Stato sarebbe sparito!), i miei rapporti con i comunisti erano pessimi: per loro ero un intellettuale piccolo-borghese perché non avevo un totale e pronto rispetto per le parole d’ordine di Mosca, e io li giudicavo negativamente perché non conoscevano bene il pensiero di Marx (avendo letto il Manifesto del 1848 e null’altro). Ho definitivamente rotto con loro al tempo dei processi di Mosca, non perché fossi a favore di Lev Trockij – i marinai di Kronštadt e il movimento insurrezionale di Nestor Machno3 mi erano parsi veramente rivoluzionari e non potevo perdonare il loro annientamento – ma perché non riuscivo a credere che i grandi compagni di Lenin fossero stati tutti dei traditori, dei controrivoluzionari ecc. La loro condanna mi era sembrata un’ulteriore manifestazione del mostro freddo. D’altra parte, mi rendevo conto senza grande difficoltà che si era passati da una dittatura del proletariato a una dittatura sul proletariato. E posso garantire che nel 1935-36 chiunque avesse voluto aprire gli occhi avrebbe potuto vedere quello che fu denunciato venti anni dopo. Oltretutto, nulla rimaneva di una tesi per me fondamentale, e cioè l’internazionalismo e il pacifismo, che a mio avviso avrebbero dovuto sfociare in un antinazionalismo.

La mia ammirazione per Marx era, d’altra parte, mitigata anche dal fatto che avevo letto Proudhon, e sebbene mi avesse impressionato meno, lo amavo molto; tanto che nella disputa tra i due ero rimasto scandalizzato dall’atteggiamento di Marx nei confronti di Proudhon. Ma quello che finì per portarmi a detestare i comunisti fu il loro comportamento durante la guerra civile spagnola e soprattutto gli orribili massacri degli anarchici di Barcellona. Molte cose (fra cui i contatti diretti che avevo all’epoca con gli anarchici spagnoli) mi avvicinavano all’anarchismo… ma c’era un ostacolo insormontabile: ero cristiano.

Questo ostacolo l’ho incontrato per tutta la vita. Ad esempio, nel 1961 ero attratto da un movimento molto vicino all’anarchismo, quello dei situazionisti. Avevo avuto degli amichevoli contatti con Guy Debord e un giorno gli rivolsi apertamente la seguente domanda: «Potrei aderire al vostro movimento e lavorare con voi?». Mi disse che ne avrebbe parlato con i suoi compagni e la risposta fu altrettanto franca: in quanto cristiano non potevo aderire al loro movimento. E io non potevo rinnegare la mia fede.

D’altronde, anche per me «conciliare» le due cose non era affatto semplice. Essere cristiano e socialista, lo si poteva ancora concepire. Fin dall’inizio del secolo vi era stato un movimento di «cristianesimo sociale» che, ancora negli anni Quaranta, conciliava un socialismo moderato con gli insegnamenti morali della Bibbia. Ma non si riusciva ad andare più in là e sembrava che fra le due parti vi fosse un’incompatibilità assoluta. Intrapresi allora una lunga marcia spirituale e intellettuale, non già per conciliare le due cose, ma per sapere se alla fin fine non stavo per diventare schizofrenico! E lo strano risultato fu che più studiavo e più capivo in profondità il messaggio biblico (e biblico nella sua interezza: non solo il «dolce» evangelo di Gesù), più avvertivo l’impossibilità di un’ubbidienza servile allo Stato e più scorgevo nella Bibbia un orientamento a favore di una certa anarchia. Beninteso, questo atteggiamento era mio, personale, e mi allontanava dalla teologia che mi aveva formato, quella di Karl Barth (che continuava a sostenere la validità delle autorità politiche).

Tuttavia, in questi ultimi anni ho visto nascere altri studi che vanno nello stesso senso e curiosamente soprattutto negli Stati Uniti con autori come Murray Bookchin, che riconosce apertamente l’origine cristiana del pensiero anarchico, o come Vernard Eller. Inoltre, credo che non si debba dimenticare un precursore, Henri Barbusse, che non era esattamente anarchico, ma il cui mirabile libro su Gesù ci mostra chiaramente un Cristo non solo socialista ma quasi anarchico (e vorrei sottolineare qui che io considero l’anarchismo come la forma più completa e coerente di socialismo). Sono così giunto lentamente, e da solo, alla posizione che ho attualmente.

Ma vi è un altro punto da chiarire prima di entrare nel vivo dell’argomento. Qual è il mio obiettivo nello scrivere queste pagine? Credo sia molto importante inquadrare bene il progetto per evitare ogni malinteso. Anzitutto sia ben chiaro che non ho alcuna intenzione di fare proseliti! Non cerco affatto di «convertire» gli anarchici alla fede cristiana; cosa che non è semplicemente una questione di onestà, ma ha anche un fondamento biblico. Per secoli è stato predicato dalle Chiese: «Bisogna scegliere fra dannazione e conversione». E, il più delle volte in buona fede, sacerdoti e missionari zelanti hanno cercato di convertire a qualunque costo pur di «salvare un’anima». Ora, mi sembra che qui ci sia un malinteso. Certo, vi sono espressioni come: «Se tu credi, sarai salvato», ma questo ci porta subito a un punto fondamentale sempre dimenticato, e cioè che non bisogna mai stralciare una frase biblica dal suo contesto, dal racconto, dallo sviluppo, dal ragionamento nel quale si trova incorporata.

In realtà, penso che la Bibbia annunci una salvezza universale accordata per grazia di Dio a tutti gli uomini. Ma allora, la conversione e la fede? Sono tutt’altra cosa! Ciò riguarda non tanto la salvezza (nonostante l’abitudine a crederlo) quanto un’assunzione di responsabilità; vale a dire che a partire dalla conversione si è impegnati in un certo stile di vita e, peraltro, in un certo servizio che Dio chiede. Così l’adesione alla fede cristiana non è affatto un privilegio in rapporto agli altri, ma un carico supplementare, una responsabilità, un nuovo impegno. Dunque non è il caso di fare proselitismo.

Parimenti, non cerco affatto di dire ai cristiani che devono diventare anarchici. Voglio solo dire che fra le opzioni politiche, se vogliono veramente impegnarsi in questo ambito, non devono scartare a priori l’anarchismo dato che, a parer mio, sta appunto qui la convinzione più vicina al pensiero biblico.

So di avere poche probabilità di essere ascoltato e capito se non ci si spoglia in qualche anno di pregiudizi secolari e inveterati. D’altronde, devo anche dire che il mio obiettivo non è di portare i cristiani a considerare questa presa di posizione come un «dovere», e questo perché (anche qui diversamente da quanto si è pensato durante tanti secoli) la fede cristiana non immette in un universo di doveri e di obblighi ma piuttosto in una vita libera. Non sono io a dirlo, ma lo ha detto, e ripetutamente, Paolo (ad esempio nell’Epistola ai Corinzi, ma anche altrove)4.

Infine, una terza osservazione: non cerco affatto di conciliare a qualunque costo due forme di pensiero, di azione, due atteggiamenti davanti alla vita ai quali tengo. Effettivamente, da quando il cristianesimo non è più dominante nella società, si è manifestata fra i cristiani una spiacevole mania, quella di aggrapparsi a tale ideologia abbandonando però ciò che li imbarazza. Così, quando molti cristiani si sono volti verso il comunismo staliniano, dopo il 1945, essi hanno messo l’accento su ciò che vi è nel cristianesimo a proposito dei poveri, della giustizia (sociale) e dello sforzo per cambiare la società, tralasciando ciò che poteva essere imbarazzante, come la proclamazione della sovranità di Dio oppure la salvezza in Cristo.

Negli anni Settanta, si è ritrovata la stessa tendenza in quelle che vengono definite le Teologie della Liberazione, ma qui, all’estremo, si è trovata un’astuzia che permette di associarsi ai movimenti rivoluzionari latinoamericani: «Il povero (chiunque sia) è in se stesso Gesù Cristo». Nessun problema, dunque! Quanto all’evento di duemila anni fa, esso non viene considerato di alcun interesse.

Questi orientamenti, d’altra parte, erano stati largamente preceduti, già all’inizio del secolo, dal protestantesimo razionalista, il cui presupposto era molto semplice: dato che la scienza ha ragione in tutto, dato che è la verità, dato che la ragione è sovrana, occorre sì conservare la Bibbia e il Vangelo, ma bisogna abbandonare tutto ciò che va contro la scienza e la ragione, come la possibilità che Dio si sia incarnato in un uomo, i miracoli, la resurrezione, e così via.

Ai giorni nostri, infine, ritroviamo lo stesso atteggiamento conciliante che presuppone l’abbandono di certi aspetti del cristianesimo, ma questa volta a favore dell’islam. I cristiani vogliono appassionatamente intendersi con i musulmani e perciò negli incontri con questi ultimi (ai quali ho assistito) si insiste fortemente sulle similitudini – le religioni monoteiste5, le religioni del Libro6 ecc. – tralasciando di affrontare il principale oggetto del conflitto, ovvero Gesù Cristo. Mi domando allora perché si insista a chiamarlo cristianesimo!

Così il lettore è avvertito. Non procederò qui in modo da dimostrare a qualunque costo una convergenza tra anarchismo e fede biblica, ma mi atterrò a ciò che credo di avere appreso dalla Bibbia e che per me può divenire vera parola di Dio. Ritengo che in un dialogo con qualcuno di idee diverse, se si vuole essere onesti bisogna restare interamente se stessi, senza celarsi, né dissimularsi, né abbandonare ciò che si pensa. Proprio per questo un lettore anarchico troverà inevitabilmente in queste pagine molte affermazioni che gli sembreranno scandalose o ridicole.

Che cosa mi propongo, allora? Cerco semplicemente di cancellare un immenso malinteso, la cui colpa ricade sul cristianesimo; un cristianesimo che si è costituito come una specie di corpus, accettato praticamente da tutte le tendenze cristiane e che non ha nulla in comune con il messaggio biblico, sia che si tratti della Bibbia ebraica, da noi detta Antico Testamento, sia che si tratti dei Vangeli e delle Epistole. Tutte le Chiese hanno scrupolosamente rispettato e spesso sostenuto l’autorità dello Stato; hanno fatto del conformismo una virtù maggiore; hanno tollerato le ingiustizie sociali e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (spiegando agli uni che secondo la volontà di Dio ci dovevano essere i servi e i padroni, e agli altri che il successo socio-economico era il segno esteriore della benedizione di Dio); hanno anche trasformato un messaggio libero e liberatorio in una morale (mentre la cosa più sorprendente è proprio l’impossibilità di avere una «morale» cristiana, se si vuol seguire veramente il pensiero evangelico). Ma certo è molto più facile giudicare gli errori in relazione a una morale stabilita piuttosto che considerare l’uomo come un tutto vivente e comprendere perché agisce in un certo modo.

Inoltre, tutte le Chiese hanno costituito un «clero» che detiene il sapere e il potere, il che è contrario al pensiero evangelico. E all’inizio, d’altronde, questo lo si sapeva bene, tanto che i membri del clero erano chiamati «ministri»: il ministerium era il servizio ed essere ministro voleva dire essere un servo degli altri! Occorre così cancellare duemila anni di errori cristiani accumulatisi, di tradizioni errate7. E non mi pongo come il protestante che accusa i cattolici: abbiamo tutti commesso le stesse deviazioni.

Tuttavia, non intendo qui sostenere di essere stato il primo a fare questa ricerca o ad avere scoperto qualcosa di nuovo. Non ho la pretesa di svelare «cose nascoste fin dal principio del mondo». Anzi, la posizione che sostengo in queste pagine non è nuova nel cristianesimo. Partirò innanzi tutto dai «fondamenti» biblici di questa convergenza tra cristianesimo e anarchismo e in seguito mi occuperò dell’atteggiamento dei cristiani nei primi tre secoli. Ma quanto andrò scrivendo non è una tesi che appare bruscamente dopo diciassette secoli di oscurantismo. C’è sempre stato un anarchismo cristiano, in tutte le epoche vi sono stati cristiani che hanno riscoperto la semplice verità biblica, sia sul piano intellettuale sia su quello mistico o sociale; e qui voglio ricordare solo alcuni nomi celebri quali Tertulliano (alle origini), Fra’ Dolcino, Francesco d’Assisi, John Wycliff, Martin Lutero (salvo, beninteso, quando fa il duplice errore di rimettere ogni potere ai Signori e di consentire al massacro dei contadini ribelli), Felicité de Lamennais, John Bost, Charles de Foucault…

Per uno studio dettagliato rinvio all’eccellente libro di Vernard Eller8. Si potranno vedere, ad esempio, i veri caratteri dell’anabattismo, che rifiuta il potere delle autorità e che non è, come si dice spesso, «apolitico», bensì una forma di anarchismo, con una sfumatura che vale la pena di citare: «Le autorità sono inviate da Dio come un flagello per punire l’uomo che è malvagio. Ma i cristiani, dal momento in cui si comportano bene e cessano di essere malvagi [!], non sono più tenuti a ubbidire alle autorità politiche e devono organizzarsi in comunità autonome al margine della società e dei poteri».

Più rigoroso e sorprendente fu Johann Blumhardt, un uomo straordinario che verso la fine del diciannovesimo secolo ha formulato un cristianesimo strettamente anarchico. Pastore e teologo, confluì nell’estrema sinistra, ma si rifiutò di discutere la conquista del potere e in un congresso «rosso» dichiarò: «Sono fiero di essere davanti a voi come un uomo, e se la politica non può tollerare un uomo così com’è, allora sia dannata la politica». E ancora: «Tale è la vera essenza dell’anarchismo: divenire un uomo, sì; un politico, mai». Inutile aggiungere che Blumhardt dovette abbandonare il partito!

In questo cammino verso l’anarchia era stato preceduto, alla metà del diciannovesimo secolo, da Kierkegaard, il padre dell’esistenzialismo, che non si lasciò prendere in trappola da alcun potere e che oggi è disprezzato e rifiutato come individualista. Ed è certamente vero che condanna categoricamente la massa e il potere, anche se fondato sulla democrazia. Basti solo una sua frase: «Nulla, nulla, nessun errore, nessun crimine è così orribile davanti a Dio quanto quelli che sono conseguenza del potere. E perché? Perché ciò che è ‘ufficiale’ è impersonale, e questo è il più grande insulto che possa essere fatto a una persona». Numerosissimi testi di Kierkegaard lo rivelano come anarchico senza che, beninteso, il vocabolo stesso si incontri dato che ancora non esisteva9.

Per ultimo, bisogna ricordare la dimostrazione, ai miei occhi convincente, fatta da Vernard Eller, secondo cui Karl Barth, il più grande teologo del ventesimo secolo, fu anarchico ancor prima che socialista… pur se favorevole al comunismo (cosa di cui poi si pentì). Ecco quindi dimostrato come la mia ricerca non sia poi così eccezionale all’interno del cristianesimo.

Ma accanto ai nomi illustri, agli intellettuali, ai teologi, non si devono dimenticare i movimenti popolari o la presenza costante di quegli umili che vivevano un’altra fede, una verità diversa da quella proclamata dalle Chiese ufficiali, e che si ispiravano direttamente all’evangelo senza però scatenare alcun movimento collettivo. Umili testimoni che mantenevano viva la vera fede e che potevano praticarla senza essere perseguitati come eretici purché non facessero scandalo.

Non è dunque una verità riscoperta quella che sto per presentare, ma una verità che è sempre stata preservata, anche se da pochi rimasti in generale anonimi. Le loro tracce sono tuttavia identificabili1010, e questo nonostante il tentativo di cancellarle da sempre messo in atto dal cristianesimo autoritario e ufficiale dei dignitari delle Chiese. Ed è capitato, talvolta, che dopo essere riusciti a far trionfare il loro rinnovamento, il movimento da loro lanciato a partire dall’evangelo e dalla Bibbia intera venisse ben presto travisato, rientrando successivamente nel conformismo ufficiale: così i francescani dopo Francesco d’Assisi, i luterani dopo Lutero ecc. Ecco che allora agli occhi delle persone esterne questi non esistono, ma si vedono e si conoscono solo i fasti della grande Chiesa, le encicliche pontificali o le prese di posizione politiche delle varie autorità protestanti…

Ho vissuto tutto ciò molto concretamente. Quando tentavo di spiegare al padre di mia moglie, che era decisamente non cristiano, il vero messaggio evangelico, mi rispondeva: «Ma sei tu che dici queste cose, le ho sentite dire soltanto da te, tutto quello che ho sentito dalle Chiese è esattamente il contrario!». Io invece sostengo di non essere il solo a dire queste cose, ma che vi è sempre stata una fedele «corrente di religiosità sotterranea» (tanto più invisibile quanto più era fedele). E sostengo inoltre che ciò corrisponde alla parola biblica. Il resto – i fasti, lo spettacolo, le dichiarazioni ufficiali, il solo fatto di organizzare una gerarchia (mentre Gesù non ha palesemente mai creato alcuna gerarchia), o un potere costituito (mentre i profeti non l’hanno mai avuto), o un sistema giuridico (mentre i veri rappresentanti di Dio non hanno mai fatto ricorso a un diritto) – è la parte visibile che costituisce il carattere sociologico e istituzionale della Chiesa. Ma non è la Chiesa! Eppure, per coloro che ne sono all’esterno, è proprio questa che appare come la Chiesa, e di conseguenza non li si può «giudicare» quando a loro volta giudicano questa Chiesa.

In altre parole, gli anarchici avevano ben ragione di rifiutare questo cristianesimo, che un cristiano indiscutibile come Kierkegaard attaccava ancora più violentemente di loro. Ecco perché voglio qui far sentire il suono di un’altra campana e dissipare alcuni malintesi, senza per questo avere la pretesa di giustificare ciò che dicono e fanno le Chiese ufficiali e la maggior parte di coloro che vengono chiamati «cristiani sociologici». Ovvero coloro che si dicono cristiani (sempre meno numerosi, per fortuna, giacché sono proprio loro che escono dalla Chiesa in questi tempi di crisi), ma che si comportano in modo esattamente anticristiano, come ad esempio il padronato del diciannovesimo secolo che ha utilizzato taluni aspetti del cristianesimo per rafforzare il proprio potere sugli altri.

Note all’Introduzione


  1. Organizzazione fascistoide francese [N.d.T.].↩︎

  2. Gaston Jéze, noto giurista e professore nell’Università di Parigi, si era pubblicamente distinto per le sue prese di posizione anti-naziste e anti-fasciste. All’inizio del 1939 gli studenti di estrema destra ne pretesero le dimissioni. Ne seguirono due mesi di manifestazioni pro e contro Jéze e scontri tra studenti e polizia [N.d.T.].↩︎

  3. Movimento insurrezionale dei contadini ucraini, di ispirazione anarchica, noto anche come movimento machnovista, dal nome del suo leader [N.d.T.].↩︎

  4. Cfr. il mio testo in tre volumi Ethique de la liberté, Lebor et Gides, 1974. Ho lì mostrato che la libertà è la verità centrale della Bibbia e che il Dio biblico è prima di tutto un liberatore. «È per la libertà che siete stati affrancati» dice Paolo. «La legge perfetta è la legge della libertà» dice Giacomo.↩︎

  5. Ho indicato altrove che il Dio biblico non ha alcun carattere in comune con Allah. Ma in effetti bisogna sempre tenere presente che si può mettere qualsiasi cosa sotto la parola «Dio».↩︎

  6. Allo stesso modo ho dimostrato che non vi è alcuna somiglianza, salvo qualche nome di personaggio e qualche leggenda, fra la Bibbia e il Corano.↩︎

  7. Ho lungamente spiegato in La Subversion du christianisme, Seuil, 1985, questo andare alla deriva, a partire dalla Bibbia, verso ciò che è poi stato definito il «cristianesimo», dandone le motivazioni politiche, economiche ecc.↩︎

  8. Vernard Eller, Christian Anarchy, Eerdmans, 1987.↩︎

  9. Vernard Eller, Kierkegaard and Radical Discipleship, Princeton University Press, 1968.↩︎

  10. Ad esempio è molto interessante il movimento di fondazione delle Confraternite nel settimo e ottavo secolo.↩︎