L’architettura e il gioco

Capitolo primo di ‘Ecologia e psicogeografia’

Guy Debord

2021-02-02

INDICE DEL LIBRO:

CAPITOLO PRIMO L’architettura e il gioco // CAPITOLO SECONDO Introduzione a una critica della geografia urbana // CAPITOLO TERZO Istruzioni per l’uso del détournement // CAPITOLO QUARTO Teoria della deriva // CAPITOLO QUINTO Verso una Internazionale situazionista // CAPITOLO SESTO Ancora uno sforzo se volete essere situazionisti. L’is dentro e contro la decomposizione // CAPITOLO SETTIMO Ecologia, psicogeografia e trasformazione dell’ambiente umano // CAPITOLO OTTAVO Prospettive di modificazioni coscienti nella vita quotidiana // CAPITOLO NONO I situazionisti e le nuove forme di azione nella politica o nell’arte // CAPITOLO DECIMO La pianificazione del territorio // CAPITOLO UNDICESIMO Il pianeta malato // CAPITOLO DODICESIMO Note sulla «questione degli immigrati» // CAPITOLO TREDICESIMO Commentari sulla società dello spettacolo // POSTFAZIONE Guy Debord e la deriva ecologista di Gianfranco Marelli // Bibliografia essenziale

Johan Huizinga, nel suo Homo ludens, il gioco come funzione sociale, dimostra che «la cultura, nelle sue fasi primitive, assume i tratti di un gioco, e si sviluppa sotto le forme e nell’ambiente del gioco». L’idealismo latente dell’autore, e la sua valutazione strettamente sociologica delle forme superiori del gioco, non sminuiscono l’apporto primario costituito dalla sua opera. D’altra parte, è inutile cercare per le nostre teorie sull’architettura o sulla deriva moventi diversi dalla passione del gioco.

Quanto più lo spettacolo di quasi tutto ciò che accade al mondo suscita la nostra collera e il nostro disgusto, tanto più sappiamo, comunque e in misura sempre crescente, divertirci con tutto. Coloro che intendono con questo che noi facciamo dell’ironia sono troppo semplici. La vita attorno a noi è fatta per obbedire a necessità assurde, e tende inconsciamente a soddisfare i suoi veri bisogni.

Questi bisogni e le loro parziali realizzazioni, le loro parziali comprensioni, confermano dovunque le nostre ipotesi. Ad esempio, un bar che si chiama Au bout du monde (In capo al mondo), al limite di una delle più forti unità ambientali di Parigi (il quartiere delle rues Mouffetard- Tournefort-Lhomond)1, non è lì per caso. Gli eventi appartengono al caso solo fino a quando non si conoscono le leggi generali della loro categoria. Occorre lavorare alla più ampia presa di coscienza degli elementi che determinano una situazione, al di fuori degli imperativi utilitari il cui potere sarà in continua diminuzione.

Ciò che si vuol fare di un’architettura è una prescrizione molto vicina a ciò che si vorrebbe fare della propria vita. Le belle avventure, come si dice, possono avere come quadro e origine solo i bei quartieri. La nozione di bei quartieri cambierà.

Già adesso è possibile assaporare l’atmosfera di alcune zone desolate, tanto idonee alla deriva quanto scandalosamente inidonee all’habitat in cui il regime ha rinchiuso masse di lavoratori. Lo stesso Le Corbusier riconosce, in «L’Urbanisme est une clef» [Architecture du bonheur], che se si tiene conto del miserabile individualismo anarchico della costruzione nei paesi fortemente industrializzati, «il sottosviluppo può essere tanto la conseguenza di un superfluo quanto quella di una penuria». Un’osservazione che può naturalmente ritorcersi contro il promotore neomedievale della «comune verticale».

Individui molto diversi hanno delineato, attraverso procedimenti apparentemente della stessa natura, alcune architetture intenzionalmente sconcertanti, che vanno dai celebri castelli del re Ludwig di Baviera a quella casa di Hannover che il dadaista Kurt Schwitters aveva, sembra, perforato di tunnel e complicato con una foresta di colonne e di oggetti agglomerati. Tutte queste costruzioni rientrano in quel carattere barocco che si trova sempre nettamente marcato nei tentativi di un’arte integrale, che sarebbe assolutamente determinante. A questo proposito, è indicativo notare le relazioni tra Ludwig di Baviera e Wagner, anche lui alla ricerca di una sintesi estetica, nella maniera più dolorosa e, tutto considerato, più vana.

È bene dichiarare nettamente che se alcune manifestazioni architetturali, cui siamo portati a riconoscere del pregio, si connettono per qualche aspetto all’arte naïf, noi le apprezziamo per tutt’altro, e in particolare per la concretizzazione di forze future inutilizzate di una disciplina economicamente poco accessibile alle «avanguardie». Nello sfruttamento dei valori mercantili bizzarramente attribuiti alla maggior parte delle modalità in cui si esprime l’ingenuità, è impossibile non riconoscere l’ostentazione di una mentalità formalmente reazionaria, piuttosto correlata all’attitudine sociale del paternalismo. Ora più che mai, pensiamo che gli uomini meritevoli di qualche stima debbano essere stati in grado di rispondere a tutto.

Non smetteremo di fissarci come obiettivo di partecipare, nella più ampia misura possibile, alla costruzione reale di quelle coincidenze e di quei poteri dell’urbanistica che attualmente ci limitiamo a utilizzare.

Noi sappiamo bene che il provvisorio, terreno libero dell’attività ludica, che Huizinga crede di poter contrapporre in quanto tale alla «vita corrente» caratterizzata dal senso del dovere, è proprio l’unico campo della vita vera, fraudolentemente ristretto dai tabù con pretese di persistenza. I comportamenti che ci piacciono tendono a stabilire tutte le condizioni favorevoli al loro completo sviluppo. Si tratta ora di far passare le regole del gioco da convenzione arbitraria a fondamento morale.

Fonte

L’architecture et le jeu, «Potlatch», n. 20 [Œuvres, pp. 189-191].

Nota del traduttore


  1. Si tratta del V arrondissement di Parigi. La rue Mouffetard è una delle più antiche strade della città, tracciata probabilmente già dai Romani.↩︎