Il geografo anarchico

Capitolo secondo di ‘Natura e società’

John P. Clark

2022-06-28

INDICE DEL LIBRO:

Libertà, uguaglianza, geografia di John P. Clark // Storia della Terra, storia degli esseri umani // Il geografo anarchico // Dialettica di natura e cultura // Anarchismo e trasformazione sociale // La critica del dominio // L’eredità di Reclus // CAPITOLO PRIMO Il progresso // CAPITOLO SECONDO Il sentimento della natura // CAPITOLO TERZO L’evoluzione delle città // CAPITOLO QUARTO Evoluzione, rivoluzione e ideale anarchico // CAPITOLO QUINTO Lo Stato moderno // CAPITOLO SESTO A mio fratello contadino // CAPITOLO SETTIMO Cultura e proprietà // CAPITOLO OTTAVO Sul vegetarianismo // Postfazione di Andreco // Fonti // Bibliografia

Élisée Reclus nasce il 15 marzo 1830 a Sainte-Foy-la-Grande, una cittadina sulle rive della Dordogna, nella Francia sud-occidentale. Suo padre, Jacques Reclus era pastore protestante a Sainte-Foy e professore nel vicino Collège protestante. Era, a dire il vero, un «protestante tra protestanti», avendo deciso di lasciare la Chiesa Riformata francese per diventare pastore di una «Libera Chiesa» nella città di Orthez. Lasciando la Chiesa istituita, Jacques Reclus rinunciò anche, coerentemente, alle possibilità di carriera personale e di sicurezza economica per sé e la sua ampia famiglia. Secondo il nipote e biografo di Élisée, Paul Reclus, Jacques influenzò fortemente i suoi figli, grazie alla sua dedizione ai principi, alla «messa in pratica del comunismo» nella sua vita quotidiana e all’essersi palesato, tramite la sua indipendenza dalla religione ufficiale, come un «precursore dell’anarchismo»1. Reclus riecheggia questa opinione quando dice che suo padre «non era un uomo ordinario, soddisfatto di vivere in accordo con il suo mondo: ebbe sempre la stravagante volontà di vivere in accordo con la sua coscienza»2. Altrove nota che mentre Jacques Reclus dapprima dominava i figli con la forza della sua personalità, la sua influenza duratura prese forma creando in loro un ideale di coscienza «indefettibile»3. La stessa indipendenza di pensiero di Élisée e la sua ricerca di una comunità giusta furono così condizionate dal retaggio paterno di dissenso religioso. In un certo senso il suo anarchismo può essere visto come l’estrema rivolta protestante contro le religioni dominanti dell’era moderna: il capitalismo e lo Stato.

Su Élisée agirono anche altre influenze familiari. Ad esempio, la sua dedizione al bene universale fu incoraggiata dall’esempio di sua madre, Marguerite Trigant, che destava l’ammirazione della famiglia e della comunità per il suo impegno incessante nel portare avanti una scuola per ragazze, mentre era nel contempo impegnata ad allevare coscienziosamente tredici figli, undici dei quali sopravvissero fino all’età adulta. Marguerite influenzò i suoi figli anche tramite la sua conoscenza della letteratura, il suo stimolo alla buona scrittura4, e il suo «profondo amore» per la famiglia5. Anche se a un certo punto Reclus ruppe con i suoi genitori a causa delle loro concezioni religiose conservatrici, entrambi lasciarono una traccia durevole sul suo carattere e sui suoi ideali. Inoltre, i legami con tutta la famiglia restarono straordinariamente forti per tutta la vita. Il che è particolarmente vero per quanto riguarda il fratello maggiore Élie, con cui mantenne una profonda relazione personale, politica e intellettuale per tutto il corso delle loro lunghe vite. E seppure ebbe più tardi a lanciare un fiero attacco alla famiglia autoritaria patriarcale, la famiglia come comunità amorevole di mutuo appoggio e solidarietà continuò ad avere una forte influenza sulla sua successiva concezione di una buona società.

Reclus venne principalmente educato in istituzioni protestanti. A dodici anni venne mandato alla Scuola Morava di Neuwied in Germania, dove imparò il tedesco, il latino, l’inglese e l’olandese. Il suo germogliante cosmopolitismo venne incoraggiato non solo dai suoi contatti con un’altra cultura e con diverse lingue, ma anche dalla personale esperienza di pregiudizi contro gli stranieri e dalle manifestazioni di odio nazionalistico da parte di molti compagni di studi. Queste esperienze contribuirono a far crescere in lui un costante impegno per la giustizia universale e per la solidarietà umana.

In seguito fu allievo del Collège protestante di Sainte-Foy, in cui ottenne la maturità, dopo di che andò all’Università protestante di Montauban. All’epoca – diciassettenne – aveva già manifestato interesse per le idee politiche radicali e stava diventando sempre più ribelle nei confronti dell’ambiente calvinista conservatore. Riandando con la memoria a questo periodo, Reclus rileva che l’angusto ambiente locale gli andava sempre più stretto, e così pure a suo fratello Élie e ai loro compagni di scuola, man mano che sentivano le notizie che arrivavano da Parigi: dapprima di «lotte politiche» e poi «all’improvviso della Rivoluzione stessa»6. La crescente riottosità dei fratelli Reclus venne palesata dal fatto che l’anno successivo vennero entrambi espulsi da Montauban per aver lasciato senza permesso la scuola per andare sulle rive del Mediterraneo. Per Élisée questa vicenda espresse contemporaneamente il rifiuto delle istituzioni stabilite e una nascente passione per l’esplorazione del più vasto mondo. Élie, successivamente, descrisse la reazione quasi estatica di Élisée nel vedere il mare per la prima volta. Nonostante la sua irrequietezza, Élisée riuscì a tornare a Neuwied, dove insegnò anche se per breve tempo e infine completò la sua educazione formale con un semestre di studio all’Università di Berlino. Questo periodo, per quanto breve, fu cruciale per il suo sviluppo, poiché fu proprio a Berlino che seguì le lezioni del famoso geografo Carl Ritter, che contribuì notevolmente a sviluppare in lui l’interesse per il suo futuro campo di specializzazione.

Già durante gli anni scolastici le idee politiche di Reclus sono piuttosto progressiste. In un manoscritto di quel periodo, il ventunenne Élisée sintetizza una concezione del mondo che delinea chiaramente il suo futuro anarchismo e le sue idee di fondo. Ritiene che scopo della storia sia «completare e assolutizzare la libertà», ma aggiunge che tale libertà non sarebbe altro che «colossale egoismo» se non congiunta con l’amore7. Afferma che «Per ogni singolo uomo la libertà è un fine», ma in senso più ampio «essa è solo un mezzo verso l’amore e la fratellanza universale»8. Tutto lo sforzo di una vita da parte di Reclus di trovare una sintesi tra gli ideali di libertà e di solidarietà è già quasi evidente. Quel che non è chiaro è quando si autodefinisce esplicitamente anarchico per la prima volta; nondimeno, persino a questo primo stadio del suo pensiero le sue convinzioni sono sufficientemente chiare da fargli dichiarare, in termini che ricordano Proudhon, che «è nostro destino raggiungere quello stato di perfezione ideale in cui le nazioni non avranno più bisogno di essere sotto tutela di un governo o di un’altra nazione; è l’assenza di governo, è l’anarchia, la più alta espressione dell’ordine»9.

La concezione reclusiana di libertà si era a quell’epoca già estesa al di là dell’ambito politico verso altri ambiti, compreso quello economico. Ad esempio dichiara che «la libertà politica non è nulla senza altre libertà» e che la libertà è priva di significato «per coloro i quali, nonostante il sudore della loro fronte, non possono comperare il pane per le loro famiglie e per quei lavoratori che solo si offrono a nuove sofferenze con le rivoluzioni cui partecipano»10. Reclus anticipa anche una successiva critica del socialismo autoritario nell’osservare che «alcune varianti comuniste [del socialismo], per reazione alla società attuale, sembrano credere che gli uomini debbano dissolversi nelle masse e divenire nient’altro che gli innumeri arti di un polipo», oppure «gocce d’acqua perse nel mare»11. Per Reclus, al contrario, la comunità e la solidarietà non possono mai separarsi dalla libertà e dall’individualità. In questo, potrebbe essere paragonato a William Godwin, un altro pensatore anarchico proveniente dalle file del dissenso protestante12. Erano entrambi eredi di un retaggio di profonda attenzione per la coscienza individuale e per il rispetto dell’autonomia personale.

Dopo avere lasciato Berlino, Élisée viaggiò con Élie attraverso tutta la Francia, da Strasburgo – a nord-est sul Reno – fino a Orthez, nell’angolo sud-occidentale dell’Esagono. All’epoca i due fratelli avevano sviluppato una passione non solo per le idee avanzate ma anche per l’azione politica radicale. Infuriati con il coup d’état di Luigi Napoleone del 2 dicembre 1851, complottarono per fare una marcia sul municipio di Orthez al fine di organizzarvi la resistenza. Solo un piccolo gruppo di aspiranti insorti si ritrovò la mattina successiva per la presa del municipio e anche quei pochi, uno dopo l’altro, abbandonarono il progetto. Quando la decrescente banda rivoluzionaria raggiunse la sua destinazione era costituita da due soli membri: Élisée ed Élie13. Nonostante la rivolta fosse finita in un fiasco, le autorità sembrarono prenderla molto sul serio e i fratelli Reclus ritennero necessario lasciare la Francia e rifugiarsi in Inghilterra. Per Reclus questa fuga fu l’inizio di un viaggio all’estero di cinque anni che influenzò profondamente la sua futura vocazione di geografo.

Passò più di un anno in Inghilterra e Irlanda, lavorando prima come tutore a Londra e poi come bracciante agricolo nei pressi di Dublino. Fu durante questo periodo che maturò l’idea di esplorare le Americhe, con l’intenzione ultima di stabilirvi una comunità agricola in collaborazione con Élie e alcuni amici. Non passò molto prima che mettesse in opera il suo piano.

All’inizio del 1853 aveva già attraversato l’Atlantico e si era installato in Louisiana14. Il suo Fragment d’un voyage à la Nouvelle Orléans racconta del suo passaggio tra le Antille, la risalita del delta del Mississippi e la vivida impressione procuratagli dall’impatto con la città di New Orleans. Questo scritto testimonia anche di una fase importante nello sviluppo delle sue idee politiche e sociali. Dopo avere lavorato brevemente come scaricatore di porto, trovò un lavoro come tutore per i figli della famiglia Fortier, proprietari della plantation «Félicité» situata cinquanta miglia a monte di New Orleans, sulla riva destra del Mississippi. In questa piantagione, Reclus visse la maggior parte dei due anni e mezzo passati in Louisiana. Una delle più forti impressioni che trasse da questa esperienza in una tipica piantagione del «Vecchio Sud» (di quelle romanticamente idealizzate) fu l’inumana crudeltà della schiavitù15. E proprio la repulsione per il sistema schiavistico fu il principale motivo per cui decise di lasciare la Louisiana. Scrisse di non poter continuare a guadagnare soldi impartendo lezioni ai figli di proprietari di schiavi e, in questo modo, «rubare ai negri che con il loro sudore e il loro sangue avevano prodotto il denaro che io mi mettevo in tasca»16. Nel suo giudizio sul rapporto economico, pur indiretto, avuto con il sistema schiavistico si evidenzia il suo forte senso di responsabilità morale individuale: pur avendo nella casa padronale della plantation il ruolo apparentemente innocuo di tutore sente che, partecipando comunque a quell’istituzione, «anch’io tengo in mano la frusta»17.

Oltre a intensificare l’odio per il razzismo, il soggiorno di Reclus in Louisiana rafforzò anche la convinzione dell’inumanità del capitalismo. Pur se già le sue esperienze in Europa lo avevano condotto ad aborrire i mali della disuguaglianza e dello sfruttamento economico, in America scoprì una mentalità economicista che andava ben al di là di quanto aveva visto nelle più tradizionali società europee. Ne concluse che lo spirito del commercio e del guadagno materiale avevano infettato profondamente la cultura americana, avvelenandola. Come scrisse al fratello Élie, gli sembrava che il paese fosse «una grande casa d’aste, dove tutto viene venduto, schiavi e padroni, voti e onore, Bibbia e coscienze compresi. Tutto appartiene al più ricco»18. La ripugnanza per le virtù della «libera impresa» non lo abbandonò più per il resto della sua vita.

Dopo avere lasciato la Louisiana, Reclus passò diciotto mesi in Nueva Granada (Colombia), dove tentò senza successo di realizzare il suo sogno di una comunità agricola cooperativa. I suoi sforzi vennero frustrati dalla febbre gialla, da una programmazione inadeguata e dall’essersi messo in società con un francese che risultò inaffidabile. Reclus fu ridotto alla miseria da questa impresa disastrosa e finì con «il non avere neppure i mezzi per comprarsi un paio di scarpe»19. Non è escluso che le sue più tarde opinioni critiche sugli esperimenti cooperativi fossero anche influenzati dalla delusione per non essere riuscito a realizzare in Sud America i suoi sogni comunitari. Comunque, al di là delle sue disillusioni, è certo che i suoi viaggi nelle Americhe abbiano contribuito notevolmente al suo farsi geografo. Durante la sua permanenza in Louisiana, fece un viaggio a monte del Mississippi fino al Canada, nel corso del quale raccolse osservazioni preziose per i suoi successivi scritti sul Nord America20. E il suo viaggio in Nueva Granada costituì la base del suo Voyage à la Sierra Nevada de Sainte-Marthe: Paysages de la nature tropicale (Viaggio nella Sierra Nevada di Sainte-Marthe: paesaggi naturali tropicali)21.

Dopo sei anni di viaggio Reclus decise di tornare a casa in famiglia per vedere quali nuove opportunità gli si erano aperte in Francia. Ritornò con il suo idealismo e con un’energia creativa apparentemente non sminuita dalle avversità subite. Tornò anche con la ricchezza dell’esperienza che si sarebbe dimostrata preziosa per il suo lavoro futuro. Poté mettere personalmente in pratica la sua forte convinzione nell’auspicabilità di mescolare razze e culture quando, nel dicembre del 1858, sposò Clarisse Brian, figlia mulatta di padre francese e madre senegalese. Secondo Paul Reclus, «non v’è il minimo dubbio che fu la permanenza di Élisée in Louisiana a far nascere in lui l’idea di sposare una figlia della razza disprezzata»22. Qualunque fosse la forza di questa motivazione, è pur vero che il matrimonio si fondava su elementi di affinità personale e che fu un matrimonio felice. Purtroppo finì dopo pochi anni, con la morte di Clarisse seguita alla nascita del loro terzo figlio, morto anche lui poco dopo. L’anno seguente Reclus sposò una vecchia amica, Fanny L’Herminez. La sposò secondo i principi anarchici, vale a dire senza che l’unione fosse sancita né dalla Chiesa né dallo Stato. Questa unione fu la relazione più stretta e preziosa che Élisée ebbe con una donna in tutta la sua vita, in quanto condividevano entrambi gli stessi valori, gli stessi interessi intellettuali e lo stesso impegno politico. C’era fra loro un’affinità spirituale paragonabile solo a quella che legava Élisée al fratello Élie. Benché Fanny morisse meno di quattro anni dopo il «matrimonio», Reclus fu segnato profondamente da lei per il resto della sua vita e per molti anni incluse il suo nome o le sue iniziali come parti della sua firma. Successivamente si unì in «libero matrimonio» con la sua terza moglie: Ermance Beaumont-Trigant. Anche questa relazione fu pienamente soddisfacente, pur mancando della profondità spirituale che aveva vissuto con la seconda moglie.

Le testimonianze degli amici e dei colleghi di Reclus comprovano univocamente quanto predicasse nella vita personale le sue idee egualitarie e cooperative. I suoi principi basilari di solidarietà e di mutuo appoggio furono per lui sempre più di uno slogan politico. Secondo Kropotkin, «l’idea di dominare in qualche maniera qualcuno non sembra mai avergli attraversato il cervello; detestava fin i più piccoli segni dello spirito di dominio»23. Il che vale non solo per i suoi rapporti con le mogli, ma anche con gli altri membri della famiglia e con l’ampia cerchia delle sue amicizie. Era universalmente apprezzato per la sua grande umiltà e la riluttanza a presentarsi come un «leader» o un «esperto». Pur se divenne famoso sia come scienziato sia come scrittore e militante politico, rifiutò costantemente e con forza l’idea di avere dei seguaci o di farsi mettere in una posizione di superiorità. Come scrisse una volta a un suo aspirante discepolo: «Vergogna!… È forse giusto che alcuni siano subordinati ad altri? Io non mi ritengo un ‘vostro discepolo’»24. Vi sono numerosi aneddoti di sue interazioni con altre persone in termini di completa uguaglianza e della sua schiva partecipazione agli aspetti più umili del lavoro politico. Jean Grave osserva, di Reclus, che «era capace di ascoltare obiezioni da qualunque parte venissero e di rispondere senza alcuna superbia e senza il tono tagliente di chi emette sentenze e non ammette discussioni»25. Il suo spirito di non-dominio si estendeva, al di là degli esseri umani, a tutte le altre creature e addirittura alla natura intera. Non sopportava l’idea che si maltrattassero degli esseri senzienti e praticò, per la maggior parte della sua vita, un vegetarianismo eticamente fondato.

Nel corso degli anni Sessanta Reclus pubblicò moltissimi saggi geografici sulla «Revue des Deux Mondes» e su altre riviste e completò il primo dei tre grandi progetti geografici della sua vita: La Terre. Description des phénomènes de la vie du globe (La Terra: storia descrittiva dei fenomeni della vita sul globo)26, un’opera ponderosa di millecinquecento pagine, in due volumi, pubblicata nel 1868-1869. Questo rilevantissimo studio fisico della Terra fece di Reclus, ancora relativamente giovane, un personaggio notevole nel campo della geografia. Nel 1869 pubblicò la sua Histoire d’un ruisseau (Storia di un ruscello)27, un’opera di divulgazione che diventò un classico nelle letture naturalistiche giovanili, seguita, anni dopo, dall’analoga Histoire d’une montagne (Storia di una montagna)28. Un’altra delle attività di Reclus in questo periodo fu il suo lavoro nel movimento cooperativo, per lo più a sostegno delle iniziative di Élie. I due fratelli furono responsabili della pubblicazione del periodico cooperativistico «L’Association» e promossero la creazione di una banca mutualistica chiamata «Società di Credito al Lavoro». Le difficoltà di diffusione del periodico e il fallimento della banca contribuirono certamente alla crescente disillusione di Reclus nei confronti del movimento cooperativo.

Per Reclus e per il suo giro di amici l’inizio degli anni Settanta fu determinato dagli avvenimenti della Comune di Parigi e dai suoi strascichi. Poiché aveva all’epoca più di quarant’anni, era stato esonerato dal servizio militare durante la guerra franco-prussiana; volle tuttavia arruolarsi come volontario nella Guardia Nazionale, convinto che si dovesse difendere la Repubblica contro un nemico reazionario. Prestò servizio nella compagnia aerostati del suo amico Félix Nadar, ma non prese parte ad azioni militari fino alla dichiarazione della Comune di Parigi. Durante la breve vita della Comune partecipò attivamente sia alla vita politica sia alla difesa della città. Quando Parigi cadde, la sua colonna della Guardia Nazionale venne catturata dalle truppe di Versailles: nei sette mesi successivi fu rinchiuso in quattordici diverse prigioni, per essere poi processato e condannato alla deportazione in Nuova Caledonia.

Nonostante il suo rifiuto di fare atto di sottomissione al nuovo regime, i suoi amici riuscirono, grazie soprattutto al suo prestigio di scienziato e di intellettuale, a fargli commutare la sentenza in dieci anni di esilio. Fu così autorizzato a emigrare in Svizzera. Per ironia della sorte, questo esilio decretato da un regime reazionario contribuì in misura determinante alla trasformazione di Reclus in un pensatore politico decisamente radicale e in un elemento centrale del movimento anarchico europeo, perché fu proprio in Svizzera che cominciò a frequentare gli anarchici della Federazione del Jura e a stringere legami con pensatori di rilievo come Bakunin e Kropotkin. Dopo alcune iniziali divergenze dottrinali, Bakunin e Reclus diventarono stretti collaboratori in seno alla Prima Internazionale e al movimento anarchico (inclusa la bakuniniana Fratellanza Internazionale). Bakunin disse una volta, dei fratelli Reclus, che non aveva mai conosciuto altre persone «più modeste, nobili, disinteressate, pure e religiosamente devote ai loro principi»29. Quei principi erano abbastanza prossimi a quelli di Bakunin perché i tre rimanessero stretti alleati politici fino alla morte dell’anarchico russo: fu Élisée a pronunciare l’eulogio ai funerali del grande rivoluzionario, a Berna nel 1876.

Fu sempre in Svizzera che Reclus iniziò la sua principale opera geografica, la Nouvelle géographie universelle (La nuova geografia universale)30. Questo lavoro monumentale fu pubblicato in diciannove corposi volumi tra il 1876 e il 1894. Il lettore resta impressionato non solo dalla qualità della scrittura che, secondo Patrick Geddes, «riportò di nuovo la geografia nella letteratura»31, ma anche dall’enorme portata delle diciassettemila pagine, dall’esaustività dei particolari, dallo splendore delle illustrazioni. Il geografo Gary Dunbar, nella sua biografia di Reclus, conclude che «per una generazione intera la NGU servì da fonte autorevole definitiva» e costituì «probabilmente la più grande impresa di scrittura nella storia della geografia»32. Reclus rimase in Svizzera fino al 1890, fortemente impegnato nell’insegnamento e nelle attività politiche, e infine tornò in Francia, dopo quasi vent’anni di esilio.

Nel 1894 cominciò una nuova fase della sua carriera di geografo quando accettò di insegnare nella Université Nouvelle di Bruxelles. In origine era stato invitato a insegnare alla Université Libre di Bruxelles, ma a causa della crescente reazione della pubblica opinione contro l’anarchica «propaganda del fatto», venne giudicato un personaggio troppo controverso e l’invito venne ritirato. Il che provocò un notevole dissenso in seno all’università e contribuì alla decisione di fondarne un’altra: l’Université Nouvelle33.

Nonostante il carattere «dissenziente» di questa istituzione, Reclus nutriva alcune riserve sull’idea di entrare nei meandri del mondo accademico, essendosi mantenuto studioso indipendente sino ad allora, con un suo proprio percorso politico e intellettuale. Scrisse che, benché il motto della nuova università fosse «formare uomini», temeva che in certa misura essa avrebbe potuto anche «formare sfruttatori»34. Nonostante questi timori, alla fine accettò la sfida con entusiasmo. E fu un grande successo: diventò un rinomato insegnante e godette della duratura ammirazione di gran parte dei suoi studenti.

Durante questo periodo completò l’ultima sua grande opera, L’Homme et la Terre (L’uomo e la Terra)35. Questa impressionante impresa, che comprende sei volumi e tremilacinquecento pagine, costituisce un’ampia sintesi delle idee di Reclus sulla geografia, sulla storia, sulla filosofia, sulla scienza, sulla politica, sulla religione, sull’antropologia e su molti altri ambiti disciplinari. Anche se quest’opera rafforzava la sua reputazione in quanto esponente di spicco della storia della geografia, essa in realtà espandeva la geografia sociale ben oltre i limiti convenzionali del «geografico», fino a una concezione globale del mondo (assai simile al modo in cui l’ecologia sociale si è sviluppata in filosofia ecologica, anziché in una branca dell’«ecologia» così come comunemente intesa). Poiché l’editore della Nouvelle géographie universelle gli aveva imposto di ridurre al minimo le «digressioni» sui temi politici e sociali, riservò gran parte delle sue importanti riflessioni teoriche a questa sua ultima opera36. Essa costituisce dunque il culmine della sua vita di geografo sociale e la più completa espressione della sua filosofia sociale.

Élisée Reclus fu straordinariamente coerente nell’integrare i suoi ideali libertari e comunitari nella vita personale, nella militanza politica e nel lavoro scientifico. Il tenace amore per la vita, per gli altri e per la libertà si esprime eloquentemente in una lettera scritta il 25 marzo 1905, pochi mesi soltanto prima della sua morte. A settantacinque anni, per quanto malato e sempre più debole, era ancora capace di scrivere di due «forti attrattive» che gli infondevano voglia di vivere. La prima era «l’affetto, la tenerezza, la gioia di amare, la felicità di avere degli amici e di far loro sentire che sono amati, che non si chiede altro da loro se non di lasciarsi amare, che ogni segno d’affetto è un piacere liberamente donato»37. La seconda, dice, è «lo studio della storia, la gioia di vedere la connessione reciproca delle cose. C’è indubitabilmente un forte elemento di immaginazione in questo studio, e l’ingannevole Maya ci porta spesso su falsi sentieri. Ma è un’altra grande gioia quella di riconoscere i propri errori»3838.

Reclus morì in una località di campagna, a Thourout nei pressi di Bruxelles, il 4 luglio 1905. Si dice che i suoi ultimi giorni furono allietati dalle notizie sulla rivoluzione popolare in Russia. Esalò l’ultimo respiro poco dopo avere saputo della rivolta dei marinai della corazzata Potëmkin.

Note al capitolo


  1. Paul Reclus, «Biographie d’Élisée Reclus», in Les Frères Élie et Élisée Reclus, Les Amis d’Élisée Reclus, Paris, 1964, p. 17.↩︎

  2. É. Reclus, «Vie d’Élie Reclus», in Les Frères Élie et Élisée Reclus, cit., p. 159.↩︎

  3. Ibid., p. 162.↩︎

  4. P. Reclus, «Biographie d’Élisée Reclus», cit., p. 17.↩︎

  5. É. Reclus, «Vie d’Élie Reclus», cit., p. 167.↩︎

  6. Ibid., p. 170.↩︎

  7. Dal manoscritto «Développement de la liberté dans le monde», in P. Reclus, Les Frères Élie et Élisée Reclus, cit., p. 50. Questo testo fu pubblicato per la prima volta su «Le Libertaire» nel 1925.↩︎

  8. Ibid.↩︎

  9. Ibid., p. 53.↩︎

  10. Ibid.↩︎

  11. Ibid., pp. 53-54.↩︎

  12. Per la concezione godwiniana sul «diritto di giudizio privato», si veda John P. Clark, The Philosophical Anarchism of William Godwin, Princeton University Press, Princeton, 1997, pp. 136-147.↩︎

  13. Élisée, nella sua «Vie d’Élie Reclus», cit., p. 175, afferma che Élie e i suoi amici rimasero alla fine soli. Paul, nella sua «Biographie d’Élisée Reclus», cit., p. 23, sostiene più drasticamente che Élisée era in realtà l’unico amico rimastogli.↩︎

  14. Per i dettagli della permanenza di Reclus in Louisiana, si veda Gary S. Dunbar, Élisée Reclus in Louisiana, «Louisiana Studies», n. 23, 1982, pp. 341-352. Questo saggio contiene particolari affascinanti, come un resoconto di Reclus del suo «incontro» con la febbre gialla durante la grande epidemia del 1853 (pp. 345-346).↩︎

  15. Si veda il suo resoconto «Fragment d’un voyage à la Nouvelle Orléans, 1855», in Le Tour du Monde, I, 1860, pp. 177-192. Il curatore di questa antologia ha recentemente visitato una plantation prossima a quella di «Félicité» (che ancora esiste ma è un’abitazione privata non aperta ai visitatori). Ho scoperto che la visita ufficiale (il «tour») fa molto per esaltare la grandezza del Vecchio Sud, ma non dà alcuna informazione sulla brutalità organizzata che ne era alla base. La guida del tour, una giovane donna vestita in abiti di prima della Guerra Civile, faceva tranquillamente osservare che «lo schiavo che portava il pasticcio al forno dalle cucine alla casa padronale doveva fischiare continuamente, durante il tragitto, per essere sicuri che non assaggiasse il pasticcio»! I visitatori trovavano molto divertente questo aneddoto, non avendo evidentemente alcuna difficoltà nell’identificarsi nell’astuto piantatore anziché nella disgraziata servitù.↩︎

  16. P. Reclus, «Biographie d’Élisée Reclus», cit., p. 31.↩︎

  17. Ibid.↩︎

  18. Citato da Correspondance, Schleicher, Paris, 1911, vol. i, p. 29, in Marie Fleming, The Geography of Freedom: The Odyssey of Élisée Reclus, Black Rose Books, Montreal, 1988, p. 44.↩︎

  19. P. Reclus, «Biographie d’Élisée Reclus», cit., p. 39.↩︎

  20. W.L.G. Joerg osserva che il viaggio di Reclus al nord potrebbe averlo portato fino a Chicago e persino alle cascate del Niagara, basando le sue ipotesi su una ricerca biografica di Reclus fatta da Max Nettlau. Cfr. W.L.G. Joerg, The Geography of North America: A History of its Regional Exposition, «The Geographical Review», n. 26, 1936, p. 648.↩︎

  21. Hachette et Cie., Paris, 1861 [nuova edizione curata da Philippe Pelletier, Le Pommier-Humensis, Paris, 2020].↩︎

  22. P. Reclus, «Biographie d’Élisée Reclus», cit., p. 43.↩︎

  23. Pëtr Kropotkin, «Élisée Reclus», in Joseph Ishill (a cura di), Élisée and Élie Reclus: In Memoriam, The Oriole Press, Berkeley Heights, 1927, p. 63.↩︎

  24. Correspondance, vol. II, in Fleming, cit., p. 192. La Fleming cita anche Élie, secondo cui, quando Élisée era sessantenne, non solo insegnava, ma al contempo, sempre desideroso d’imparare, seguiva corsi tenuti da altri alla Université Nouvelle (p. 178).↩︎

  25. Jean Grave, «Élisée Reclus», in Ishill, cit., p. 39. Si tratta di un tributo a quello che non solo era generalmente considerato il più noto geografo ma anche uno dei due o tre più importanti pensatori libertari della sua epoca.↩︎

  26. Hachette et Cie., Paris, 1868-1869. Il primo volume venne pubblicato in inglese come The Earth: A Descriptive History of the Phenomena of the Life of the Globe (Harper and Brothers, New York, 1871) e il secondo come The Ocean, Atmosphere and Life (Harper and Brothers, New York, 1873).↩︎

  27. Hetzel et Cie., Paris, 1869.↩︎

  28. Hetzel et Cie., Paris, 1880.↩︎

  29. Citato in P. Reclus, «Biographie d’Élisée Reclus», cit., pp. 60-61.↩︎

  30. Hachette et Cie., Paris, 1876-1894, 19 voll.↩︎

  31. Patrick Geddes, «A Great Geographer: Élisée Reclus», in Ishill, cit., p. 155.↩︎

  32. Gary S. Dunbar, Élisée Reclus: Historian of Nature, Archon Books, Handen, 1978, p. 95.↩︎

  33. Per ampi dettagli sul sommovimento seguito al rifiuto di invitare Reclus, si veda Hem Day (a cura di), Élisée Reclus en Belgique: sa vie, son activité, Pensée et Action, Paris-Bruxelles, 1956. Tra i documenti riprodotti in quest’opera ci sono i verbali delle organizzazioni studentesche, che riferiscono di un’assemblea generale in cui gli studenti dell’Università votarono una mozione d’appoggio a Reclus con due soli voti contrari (p. 32).↩︎

  34. «Lettera a Jean Grave (6 ottobre 1894)», citata in P. Reclus, «Biographie d’Élisée Reclus», cit., p. 143.↩︎

  35. Librairie Universelle, Paris, 1905-1908, 6 voll.↩︎

  36. P. Reclus, «Biographie d’Élisée Reclus», cit., p. 89.↩︎

  37. «Lettera a Clara Mesnil (25 marzo 1905)», citata in Day, cit., p. 27.↩︎

  38. Ibid.↩︎