capitolo decimo

La rivoluzione domani

I giovani si immaginano volentieri che le cose possano cambiare rapidamente. No, le trasformazioni si fanno con lentezza e per conseguenza bisogna guardarsi attorno con altrettanta più coscienza, pazienza e devozione. Nella fretta di una rivoluzione immediata ci si espone per reazione a disperare.

Elisée Reclus

Parliamoci chiaro. La rivoluzione in Italia non la si farà né oggi né domani né probabilmente dopodomani. Cioè non appare seriamente proponibile l’ipotesi rivoluzionaria a breve e forse a medio termine. È un’affermazione, la nostra, certo impolitica perché tra i giovani della sinistra extraparlamentare è diffuso il mito della rivoluzione che è lì lì per venire. Perché il capitalismo è in crisi e noi ne affretteremo la morte con un po’ di lotta dura (senza paura), lotta di classe – s’intende – (potere alle masse), e poiché il popolo è forte (e armato vincerà), la rivoluzione è praticamente fatta e viva-marx-viva-lenin-viva-mao-tse-tung.

Purtroppo, anzi per fortuna, la rivoluzione non si fa con gli slogan, né basta l’entusiasmo di alcune migliaia di studenti. Sappiamo di fare un discorso impolitico, perché non solo i giovani invasati dal mao-tse-tung-pensiero sono convinti di fare la rivoluzione, se non da un giorno all’altro, per lo meno da un anno all’altro (tanto per fare un esempio, Potere Operaio lo va teorizzando, farneticando di lotta armata insurrezionale), ma lo sono anche molti giovani avvicinatisi al movimento anarchico in questi ultimi due o tre anni di «boom rivoluzionario». È vero che negli ultimi tempi la fretta rivoluzionaria si è un po’ acquietata e il movimento extraparlamentare che più sembrava credere alla rivoluzione a breve termine, Lotta Continua, ha fatto un po’ di autocritica e ha cominciato a parlare di «lotta di lunga durata» (alè con gli slogan) e della necessità di «costruire il partito» (tanto per cambiare), ma la lunga durata pare sempre riferita a due, tre, cinque anni, per lo meno nell’interpretazione dei militanti di base. Più oltre l’esuberanza giovanile non riesce ad arrivare. Sappiamo di fare un discorso non grato, eppure ci sentiamo in dovere di farlo. Perché riteniamo pericoloso il gusto della rivoluzione frettolosa. Perché comincia a venirci a noia tutto questo parlare di rivoluzione a ogni scaramuccia con la polizia, di scontro di classe a ogni picchettaggio.

Noi anarchici non abbiamo complessi di sorta quanto a rivoluzioni e possiamo permetterci il lusso di dire sulla rivoluzione tutto ciò che di impolitico riteniamo doveroso dire. Noi anarchici abbiamo partecipato a tutte le rivoluzioni sociali (Russia, Spagna, Cuba, Messico, Cina…) di questi ultimi cento anni. Noi anarchici italiani abbiamo tenuta alta la bandiera del socialismo rivoluzionario quando la sinistra extraparlamentare non esisteva neppure. Ma proprio perché non siamo rivoluzionari improvvisati, proprio perché siamo un movimento con un patrimonio secolare di esperienze, con una tradizione di lotta rivoluzionaria ininterrotta, senza sbandamenti riformistici e parlamentari, abbiamo anche imparato a diffidare delle illusioni, del velleitarismo, dell’entusiasmo generoso ma acritico.

La rivoluzione non è una festa, non è un gioco. Costruire una società dove non esistano lo sfruttamento e l’autorità, una società di liberi e di eguali, è una cosa terribilmente seria e difficile. Difficile è distruggere la vecchia società, con i suoi rapporti di produzione, con le sue gerarchie, con il suo apparato difensivo militare e ideologico; ancora più difficile è costruire nuovi rapporti di produzione, le nuove relazioni umane, il nuovo tessuto sociale. Difficile è spezzare il potere dei padroni, sconfiggere lo Stato; ancora più difficile è distribuire il potere a tutti, cioè distruggerlo veramente, impedendo che possa rinascere con una nuova gerarchia.

La rivoluzione non è una manifestazione di piazza e neppure cento. La rivoluzione non è uno sciopero e neppure cento. Men che meno cento agitazioni studentesche.

Un pugno di rivoluzionari possono funzionare come esca (è la teoria del Maggio francese: la «minoranza agente come detonatore della rivoluzione»), ma se dietro l’impazienza generosa c’è solo il vuoto culturale e organizzativo, se la fiammata sovversiva che l’esca ha acceso si alimenta solo di un confuso malcontento, allora il risultato non è solo negativo, è disastroso, perché il fuoco si spegne con la stessa rapidità e facilità con cui si è acceso (e a fare da pompieri ci sarebbero non solo i tradizionali strumenti repressivi dei padroni ma anche i sindacati e i partiti sedicenti operai). Dietro l’esigua minoranza agente ci deve essere una diffusa volontà rivoluzionaria di operai e contadini. Perché solo gli operai e i contadini hanno la forza di rovesciare il sistema (il popolo è già armato: l’esercito non è forse fatto di «proletari in divisa»?), e soprattutto solo gli operai e i contadini hanno la forza e la possibilità di costruire la rivoluzione. L’emancipazione degli sfruttati può solo essere opera degli sfruttati stessi.

Via, siamo seri! Al di là dei bluff propagandistici, i militanti della sinistra extraparlamentare sono qualche migliaio di studenti e intellettuali e qualche centinaio di operai. Come si può pensare che queste «forze», divise fra loro in una mezza dozzina di organizzazioni principali (per non parlare dei gruppi minori), possano fare la rivoluzione? E non rifugiamoci nel comodo mito dell’autonomia proletaria che colora illusoriamente di rosa la realtà, simulando che le organizzazioni rivoluzionarie o sedicentemente rivoluzionarie siano solo la punta emergente di un enorme iceberg. È vero che negli ultimi due-tre anni abbiamo visto i sintomi incoraggianti di un risveglio di quella autonomia, abbiamo visto gli scioperi selvaggi, le assemblee operaie, le lotte spontanee; ma abbiamo anche visto che i sindacati sanno recuperare o isolare questi episodi. Siamo ancora lontani da quel minimo di autonomia reale, permanente, generale e organizzata (organizzata? Sì, dagli sfruttati beninteso, non dalle avanguardie), che può garantire un minimo di probabilità di successo a un movimento rivoluzionario. Oggi forse siamo più lontani dalla «autonomia proletaria» di cento anni fa grazie al lavoro dei socialisti autoritari (marxisti-leninisti) e dei sindacati riformisti.

Certo, sulla carta tutto si può affermare e tutto si può negare, specialmente se, come gli intellettuali della «sinistra rivoluzionaria», si è «padroni delle parole». Così, se non per sciogliere tutti i dubbi sulle possibilità rivoluzionarie a breve termine, per lo meno per mettere a tacere l’incredulità della ragione, basta costruire le analisi o i brandelli di strategia con cui giustificare l’attivismo su qualche mito, quale l’«inevitabilità del socialismo» o la «missione storica» del proletariato. Non è difficile per i giovani «emme-elle» accettare e spacciare questi miti per verità scientifiche. Non è difficile per loro accettarli, perché «dimostrati» dalla loro ideologia, che essi pretendono materialista (mentre è una delle più sofisticate costruzioni idealistiche). Non è difficile spacciarli, perché in un momento in cui i «valori» della società borghese, le sue religioni, le sue ideologie, i suoi miti sono stracci miserabili che non riescono più a mascherare la disgustosa realtà né a esorcizzarla con speranze illusorie, si apre purtroppo, oltre a uno spiraglio per la ragione, anche una grandissima disponibilità, specialmente fra i giovani, a nuove credenze, a nuovi miti, a nuove fedi, a nuove religioni. In un’epoca in cui sempre più l’individuo si sente impotente di fronte al «sistema», in cui la rivoluzione appare sempre più necessaria eppure sempre più difficile, è agevole l’inganno e l’autoinganno della ragione e il ricorso alla fede in una forza mitica più forte di quelle che si oppongono alla rivoluzione.

Tutto questo dobbiamo comprenderlo ma non possiamo condividerlo. Gli anarchici restano fedeli alla ragione, anche se è una fedeltà avara di soddisfazioni, aspra di lucido scetticismo. Gli anarchici sanno che se i miti sono idee-forza che spingono all’entusiasmo e quindi all’azione, sono anche, da sempre, gli strumenti dei padroni per spingere gli sfruttati là dove loro, i padroni, vogliono che vadano.

Gli anarchici non possono neppure accettare l’idea metafisica di una «missione storica» neppure se questa missione, anziché da un dio, si vuole affidata da un «oggettivo» gioco dialettico della storia. Anche accettando la dialettica (e gli anarchici non l’accettano) come grossolana interpretazione della storia, non si capisce perché la dialettica delle classi debba necessariamente concludersi con lo scontro borghesia/proletariato. Non si capisce perché il proletariato, fra tutte le classi sfruttate della storia, debba essere il portatore di una «missione storica» e non i servi della gleba della società feudale o gli schiavi della società schiavista. Tutte le argomentazioni in merito dei marxisti sono funambolismi che possono convincere solo chi vuole essere convinto. Gli anarchici, a priori cento anni fa e a posteriori oggi, sapevano e sanno che l’avvento del socialismo non è inevitabile, che allo sfruttamento capitalistico e al dominio della borghesia non si pone come necessaria alternativa il socialismo, cioè l’eguaglianza e la libertà, cioè l’anarchia. Essi sapevano cento anni fa che nuove forme di dominio e di sfruttamento potevano sostituire quella capitalistico-borghese, come già altre l’avevano preceduta. Essi sanno oggi che laddove la borghesia ha perso il potere e la proprietà, non il popolo degli sfruttati ha costruito l’eguaglianza ma una nuova classe di padroni dello Stato ha costruito una nuova diseguaglianza.

Questi nuovi padroni hanno preso e stanno prendendo il potere inserendosi nella lotta fra proletari e capitalisti. Il gioco è vecchio. Sempre le classi in ascesa verso il potere utilizzano contro la vecchia classe dominante l’enorme potenziale di lotta delle classi sfruttate. Oggi i nuovi padroni hanno consolidato il loro dominio su un terzo del mondo (gli Stati sedicenti socialisti) e stanno costruendolo progressivamente nel resto del mondo, sottraendo potere ai vecchi padroni. Anche laddove (Europa e usa) la borghesia sembra ancora sfacciatamente sicura di sé, in realtà il sistema economico ha perso i connotati tipici del capitalismo tradizionale e si sta trasformando in qualcosa di qualitativamente diverso. Il capitalismo è oggettivamente condannato a morire, su questo concordiamo anche noi, ma altrettanto «oggettivamente» un’altra forma di sfruttamento e di dominio dell’uomo sull’uomo lo sta sostituendo. In Italia oltre metà dell’economia è controllata dallo Stato: a questo punto lo Stato non è più uno Stato borghese in senso proprio. Lo Stato è ancora un apparato di difesa della borghesia capitalista, ma è già al contempo un apparato di formazione e di difesa dei privilegi dei nuovi padroni: i feudatari dei ministeri e degli enti statali e para-statali, i tecnoburocrati delle aziende pubbliche e degli oligopoli privati.

Nella politica governativa e nel gioco parlamentare la fase attuale di questo fenomeno socio-economico si esprime nella strategia delle riforme; nel centrosinistra; nella programmazione patteggiata tra i ministeri, i sindacati e i grandi centri del potere economico (quello che i marxisti chiamano capitale avanzato, cioè le grandi imprese nazionali e multinazionali a proprietà privata, statale e mista: fiat, eni, montedison…); nel graduale «maturarsi» della situazione per un’entrata nel governo del pci, garante della pace sociale e insieme portatore delle esigenze e degli interessi del nuovo sistema economico e della nuova classe dirigente.

Da qualche anno l’economia italiana sta attraversando una crisi (e su di essa fanno molto affidamento i rivoluzionari frettolosi), una crisi che è in parte congiunturale e in parte strutturale. Si tratta cioè di una recessione del sistema produttivo italiano (sviluppatosi rapidamente e disarmonicamente negli anni Cinquanta e Sessanta) che si sovrappone alla problematica connessa alle profonde trasformazioni strutturali cui abbiamo accennato. Ma alle crisi congiunturali da un pezzo il sistema ha imparato a porre rimedio, «razionalizzandosi», con la programmazione… e con il sacrificio dei lavoratori. Anche questa crisi, con la collaborazione dei sindacati, verrà risolta con un po’ di fallimenti, un po’ di inflazione, un po’ di disoccupazione, un po’ di repressione, un po’ di interventi statali (vedi Lesa-Condor-Magnadyne). Quanto alla crisi strutturale, essa è cronica da alcuni decenni, è legata alla morte lenta del capitalismo e non crediamo, anche per quanto detto sulla politica del pci, che essa sia destinata ad accentuarsi nei prossimi anni.

C’è la sinistra extraparlamentare, è vero, e ci sono soprattutto le lotte degli sfruttati, nelle fabbriche e nei quartieri, che esprimono non solo il rifiuto di pagare le crisi del sistema, ma anche, a sprazzi, un rinascente spirito rivoluzionario. Non saremo certo noi a sottovalutare questi fermenti libertari, il risveglio dei giovani ai grandi temi rivoluzionari, la riscoperta della prassi anarcosindacalista tra i lavoratori, proprio noi che in questo vediamo la rinascita dell’anarchismo. Ma sarebbe anche pericoloso se, presi dall’entusiasmo sopravvalutassimo questi fermenti. Di fronte agli episodi libertari e potenzialmente rivoluzionari dei comitati di base, dei comitati di quartiere, delle lotte autonome, sta il prestigio ancora preponderante e il potere di controllo dei sindacati, i quali, a unificazione avvenuta, saranno con il pci un formidabile strumento controrivoluzionario.

Naturalmente, in Italia come negli altri paesi industriali avanzati, il progressivo passaggio di potere dai vecchi ai nuovi padroni avviene non senza scontri, regressi, contraddizioni. Se una parte della borghesia è disposta a una trasformazione lunga e graduale del sistema, una parte è furiosamente decisa a difendere lo status quo con le unghie e con i denti e a buttarsi, contro il buonsenso, a destra. Ad esempio, è ormai opinione diffusa, ed è stato ripetuto più di una volta anche sulle pagine di questa rivista, che dietro le bombe del 1969 ci fosse una manovra reazionaria appoggiata da strati arretrati del padronato privato e degli apparati statali, una manovra che forse mirava a un vero e proprio colpo di Stato, ma che più probabilmente si accontentava di frenare lo slittamento a sinistra della politica italiana con la vecchia e sperimentata strategia della tensione (opposti estremismi, ecc.). C’è stata infatti una battuta d’arresto, ma il pci e i sindacati hanno saputo, seppure con qualche difficoltà, superare l’impasse, presentandosi essi stessi come tutori dell’ordine contro gli estremisti e rilanciando una bella campagna antifascista. Analogamente, poiché la «coscienza di classe» è più una categoria socio-psicologica valida sul grande numero e nel lungo periodo che una realtà riferibile all’individuo e al momento, i tecnoburocrati spesso (ma sempre meno) si fanno strumento di conservazione dei grandi privilegi dei vecchi padroni e dei piccoli privilegi da loro già acquisiti.

La storia è «intelligibile» solo nelle sue grandi linee, non nei dettagli. Così la previsione a breve termine non può essere seriamente categorica. Non possiamo quindi dare per certo l’avvento del pci al governo nei prossimi anni, possiamo solo dire che ciò sembra logico e conseguente sia alla situazione socio-economica sia alla strategia del pci stesso. Non possiamo dire per certo che non ci sarà un arresto dello sviluppo in senso tecnoburocratico del potere in Italia e che la borghesia «avanzata» abbandoni il piano riformistico per una sterzata a destra di tipo reazionario e autoritario. Possiamo però dire che ci pare improbabile anche perché l’evoluzione in senso autoritario del regime è già in atto da anni, senza bisogno di colpi di Stato, e l’avvento del pci e dei sindacati al potere non sarebbe d’ostacolo (tutt’altro) a questa evoluzione.

In questo quadro, il mito della «rivoluzione domani» ci pare ridicolo e dannoso. La politica del pci e della cgil è ormai scopertamente riformista e lascia quindi in teoria un ampio spazio di chiarezza per un movimento rivoluzionario, ma per il momento poche ridotte frange di lavoratori politicizzati si vedono traditi da questa politica. C’è un enorme lavoro da fare per recuperare al discorso rivoluzionario gli sfruttati: un lavoro non di mesi ma di anni. C’è un enorme lavoro da fare prima che un’organizzazione rivoluzionaria possa porsi come alternativa non velleitaria ai partiti e ai sindacati riformisti. C’è un enorme lavoro da fare perché lo spazio rivoluzionario non venga riempito da squallide imitazioni in miniatura del pci. Non esiste, ad esempio, neppure la parvenza di uno strumento di crescita politica e di collegamento militante delle lotte proletarie quali sono stati in altri tempi le organizzazioni anarcosindacaliste. Riassumendo, per quanto concerne le condizioni soggettive (per usare una schematica definizione accademica), cioè per quanto concerne la volontà e la capacità rivoluzionaria degli sfruttati o per lo meno di ampie minoranze di essi, siamo probabilmente a un livello inferiore di quello raggiunto cinquanta anni fa, quando pure la rivoluzione abortì e venne il fascismo. Per quanto riguarda le condizioni oggettive, non crediamo che la crisi economico-politica del sistema sia o possa divenire a breve termine tanto grave da farlo saltare, soprattutto se, com’è prevedibile, delle scelte economico-politiche sarà reso maggiormente corresponsabile il sindacato unitario. In ogni caso, se è certamente vero che un forte movimento e una diffusa coscienza rivoluzionaria possono agire anche in condizioni oggettivamente sfavorevoli, è dubbio che la sua surrogabilità tra condizioni oggettive e soggettive sia altrettanto valida in senso inverso. Se nei prossimi anni dovesse verificarsi un’improbabile situazione pre-rivoluzionaria, verosimilmente il pci sarebbe in grado di «gestire» e controllare la situazione e di usarla a fini di potere, in barba a tutta la sinistra extraparlamentare, agli anarchici e all’autonomia proletaria. E se, evento ancora più improbabile, si arrivasse (magari in risposta a un colpo di Stato stupidamente reazionario) a una situazione rivoluzionaria, questa non avrebbe verosimilmente la possibilità di svilupparsi autonomamente, né gli anarchici avrebbero la forza di proporre o difendere alternative libertarie. Dovremo allora rinunciare a una strategia rivoluzionaria o rinviarla a tempi migliori? No di certo. Proprio quando la situazione è oggettivamente e soggettivamente sfavorevole alla rivoluzione, il lavoro rivoluzionario è maggiormente necessario. Dovremo abbandonare, questo sì, il gioco degli slogan falsamente rivoluzionari, per guadagnare in serietà, efficacia e prestigio. Dovremo costruire la rivoluzione anarchica nelle coscienze e nelle cose con pazienza, con modestia, con tenacia, senza illusioni.

Fonte: La rivoluzione domani, «A rivista anarchica», n. 10, febbraio 1972.

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